Trionfo e crisi del modello superumano

Tra il 1892 ed il 1893, vennero pubblicati, sulle testate giornalistiche Il Mattino di Napoli e La Tribuna, due gruppi di articoli dannunziani intitolati rispettivamente La Bestia elettiva e Il caso Wagner; il primo gruppo offrì finalmente al pubblico una chiara visione, non sottoposta alla mediazione del mezzo letterario romanzesco, di come il poeta, nel frattempo scopritore della filosofia di Nietzsche2, intendesse affrontare la questione del rapporto con quelle masse popolari che con l’avvento della realtà politica costituzionale e democratica si trovarono ad usufruire della possibilità decisionale relativamente alle questioni di gestione del patrimonio pubblico, mentre il secondo si concentrava principalmente sulla polemica anti-wagneriana sorta dopo la pubblicazione del saggio niccianamente ispirato intitolato appunto Il caso Wagner. Fondamentali entrambi per l’evoluzione della poetica che caratterizzerà la produzione del periodo aprentesi con la pubblicazione de Le vergini delle rocce, in essi confluiranno gli esiti elaborativi che d’Annunzio farà propri alla luce delle influenze e delle suggestioni dal mondo germanico, ed in particolare dalla realtà wagneriana e nicciana.
Vero e proprio atto d’accusa, non solo verso la condizione democratica nella quale il paese si è venuto a trovare in seguito alla dismissione, da parte del re e della nobiltà, dei poteri forti e strettamente legati ad un ristretto arengo di aristocrati attraverso la costituzione e l’instaurazione dell’ordinamento parlamentare, ma anche nei confronti di tutte quelle culle di conservatorismo antidemocratico che, crogiolandosi negli ozi o vivendo nella paura di essere “licenziati” dalla decisione popolare, continuano la propria esistenza dimentichi delle loro antiche stirpi, La Bestia elettiva si pone inoltre come documento profetico sulla natura e sugli esiti propri di tale forma di governo pubblico3. Luigi II, Rodolfo d’Asburgo, Giovanni Orth, Guglielmo II, tutti re e spiriti indomabili nelle cui anime si instaurò non solo il necessario dovere divino di governare le genti a loro affidate, esule da qualsiasi costituzione che non fosse quella già insita per sua natura nella regalità4, ma anche quel sogno demiurgico di modellamento della massa informe del mondo in fattezze consone ai canoni del sogno stesso5. Tutti sconfitti dall’avanzamento del regno popolare e borghese, resi sciocchi e impazziti visionari di mondi nibelunghici e fantastici, oppure macchiette di una eleganza ostentata e pacchiana; per non parlare di tutte quelle figure di regnanti intenti ad assolvere unicamente mansioni rappresentative da “scribacchino”, o attività private di chiaro spessore borghese, come la regina Vittoria occupata al riordino del museo delle proprie bambole e di quelle dei suoi nipoti, in un contesto di ritorno alla candidezza dell’infanzia, o come lo Czar di tutte le Russie, che invece di procedere ad una strage “bella”6 all’arma bianca dei suoi ribelli, “per irrigare e concimare le sue terre isterilite”7, si tormenta confuso tra le volute di una “cupa misantropia”.
Guidate da uomini che saggiamente le sanno controllare a loro piacimento, le masse democratizzate vengono costantemente illuse sulla effettiva possibilità di raggiungere uno stato di giustizia e di uguaglianza; privo di saggezza, “pasta densa, grossolana e grigiastra” (nel romanzo intitolato Il Fuoco l’immagine chimerica ed informe della folla diverrà emblematica), il popolo non si avvede, in quanto perennemente schiavo soprattutto della propria ignoranza, della truffa che i sostenitori della realtà democratica, i Cleoni, tessono alle spalle, all’ombra della folla stessa, relegando quindi il manifestarsi dell’organizzazione democratica “a una lotta di egoismi vanitosi, che si svolge su l’abbassamento sistematico delle superiorità legittime e acquisite”8. La democrazia diviene perciò il trionfo della borghesia9, “del filisteo, del tartufo, dell’asino presuntuoso”, di quello strato sociale che durante tutta la storia ha sperimentato ogni tipo di mezzo al fine del raggiungimento del potere, compreso lo sfruttamento dei moti rivoluzionari di massa, opponendosi alla normale legge di natura, portata verso la moltiplicazione delle differenze ed all’attuazione della legge del più forte, attraverso il livellamento su un unico piano civile delle genti appartenenti alla nazione. Tutto ciò, secondo Gabriele d’Annunzio, non potrà portare se non all’instaurazione d’un ancora più terribile padrone rispetto a quelli che, abbattuti con violenza, sono caduti nell’oblìo politico-amministrativo: il tiranno civile che egli chiama “Stato-re”, “Stato-provvidenza”, “Stato-produttore-della-felicità-pubblica”, il quale, come un mostruoso Polifemo, “toserà e scannerà le sue greggi”.
Ed egualmente sarà per la guerra che inevitabilmente, e con forse più cruenza, le democrazie si scaglieranno contro in quanto “le fauci della Guerra urlano ai fianchi della pace invocata”, mentre le retoriche invocazioni alla fratellanza servono al solo scopo di coprire i rumori della produzione nelle fabbriche di armi per le lotte; la legge del più potente è quindi una necessità ineliminabile, poichè insita nella Natura e quindi, di conseguenza, nell’uomo, al di là di qualsiasi forma aggregativa che egli tenti di adottare, e diviene così il pretesto non solo per un “violentissimo attacco allo Stato democratico e parlamentare, in cui il suffragio universale pareva provocare un abbassamento sistematico delle superiorità legittime e acquisite” o perfino la vittoria del “gregge servile”10, ma soprattutto per la legittimazione di una radicale “scelta bellica” nei confronti del popolo.
“La forza è dunque ancora la suprema legge”, e le nuove aristocrazie che verranno ad instaurarsi sulle ceneri e sull’eredità di quelle vecchie, oramai rappresentate da eredi deboli, fonderanno la loro esistenza, il loro diritto di stirpe eletta, sul sentimento della potenza elevandosi al di sopra del bene e del male11, sul senso della sovranità interiore, cancellando facilmente le forme statali fondate sul suffragio universale in quanto cementate non dal coraggio e dalla forza, ma dalla paura del popolo. È in questo periodo che, in d’Annunzio, l’immagine del popolo aggregato, della massa, della folla, inizia a possedere caratteristiche ossessionanti; nelle prossime opere della sua produzione, il popolo non apparirà più sotto le luci di una manipolata ed ingenua derisione, ma assumerà a poco a poco tutte le fattezze terribili di quel “mostro” privo di vivida intelligenza e fervore civile, ma forte della sua moltitudine, da controllare e guidare attraverso l’ausilio dell’“alta parola” dell’eroe-superuomo, del “Rivelatore”; se Claudio Cantelmo rigettava con disprezzo la “Gran Bestia” e gli “stallieri” parlamentari che ne intendevano sostenere il riscatto, Stelio Èffrena doveva diversamente giungere a scoprire nella moltitudine una “bellezza riposta dalla quale il poeta e l’eroe soltanto potevano trarre baleni : doppia faccia di un medesimo atteggiamento ideologico che, ora attraverso un esplicito autoritarismo, ora attraverso un più realistico pragmatismo, mirava a un complessivo disegno di conservazione”12.
La pubblicazione di questi due articoli e della prima opera poetica di chiaro respiro nazionalista, le Odi navali, testimoniarono un’accentuazione in particolare della prima e della terza caratteristica proprie della poetica superomista dannunziana, in poche parole, della manifestazione della forza e di quel culto della bellezza già tanto osannato ma destinato a mutarsi in vera e propria religio formae, ponendo l’istintualità e l’euforia sensuale in termini sempre più negativizzanti e deterrenti nei confronti di quella ricerca aristocratica della potenza e del messaggio di rivelazione delle realtà superiori, e sempre più appartenente alla sfera del superomismo femminile e chimerico; da queste condizioni, nacquero tutte quelle opere del periodo che non a caso fu detto “del superuomo”, o “del Sole”: Il Trionfo della Morte, Le vergini delle rocce, Il Fuoco, le molte tragedie di varia ispirazione, le Laudi, e diverse altre composizioni che analizzeremo a tempo debito.

Dichiarandosi oramai profondamente sensibile al richiamo ideologico-profetico di Zarathustra, e progettandone l’avvento attraverso la propria arte, d’Annunzio adottò il mito del superuomo dalla filosofia nicciana stravolgendo, in certi casi in modo irreversibile, le caratteristiche originarie, arrogandosi persino posizioni di superiorità nei confronti del filosofo in virtù della sua capacità di traduzione sul piano pratico ed artistico delle istanze rimaste per lo più sulla carta, al livello di semplici intuizioni teoriche; mentre per Nietzsche, il superuomo, modello di tragica individualità e solitudine, era stato null’altro che la ricerca della possibilità di risoluzione del dissidio straziante in quella coscienza sofferta della crisi contemporanea e di un disperato nichilismo, nelle mani di d’Annunzio si tramutò, epurato da tutte le problematiche esistenziali, in un progetto di estetismo assoluto che dominasse e racchiudesse ogni attività umana nel segno di quella cultualizzazione della Bellezza elevata a religione, e, di conseguenza, in un mito umano attraverso cui rinnovare e rinforzare la propria esuberanza, la propria euforia. Non per niente, come ci ricorda Paolo d’Angelo nel suo volume intitolato Estetismo:

L’estetismo si caratterizza […] come tendenza a rimuovere i confini tra esperienza estetica, attività pratica, esperienza quotidiana, a dissolvere l’esperienza estetica nelle altre esperienze, che può “estetizzare” proprio perché ha rinunciato a riconoscere a quella estetica una funzione sostanziale, riducendola al momento accessorio […]; vuole piuttosto far debordare l’esperienza estetica in quella morale, politica, pratica, conoscitiva. Vuole togliere i limiti, non ribadirli; confondere i piani, non tenerli distinti. 13

Ecco quindi risaltare, all’interno del rapporto tra dannunzianesimo e niccianesimo, che la maggiore e più spregiudicata forzatura del pensiero del filosofo tedesco consistette, praticamente, proprio nella sua totale riduzione alla sfera estetica, mutando il tutto al fine della realizzazione dei canoni necessari a quella “scrittura totale posta al servizio della forza”, convertendo l’arte in uno strumento tendente al raggiungimento della supremazia che “esaltasse e glorificasse sopra le cose la bellezza e la potenza dell’uomo pugnace e dominatore”, completando inoltre le manchevolezze della Natura con quell’epifanica “manifestazione dell’Ideale”; d’Annunzio stesso poté così proporsi, soprattutto alle realtà borghesi, come “artefice perfettissimo” di verità ideali, e profeta di quell’arte che si proponeva di giungere ad un punto di connubio tra la memoria ammirata delle vite anteriori di uomini grandi e di grandi imprese, e quel “culto dell’aspettazione” in attesa dell’avvento di Colei (la decima Musa) che annuncerà il tempo nuovo, e di colui che dovrà con la forza, e col sangue battezzare “paganamente” il mondo. Ricordiamo poi come d’Annunzio si rivolgerà ai francesi,  “fratelli latini”, nello scritto Aveux de l’ingrat del 25 febbraio 191914, facendo delle opere d’arte, in territorio francese, fulcro di senso epico: Je pensais à toutes vos cathédrales, à toutes les pierres de vos cathédrales, que le chant éthéré de l’alouette semble avoir conduites des fondements au faite, plus haut, toujours plus haut. Ainsi, de ce talus, je sentais et je mesurais le rythme générateur de la ville profonde, avec un sentiment filial, avec un instinct de race, avec une divination non dissemblable de celle qui me représenta les esprits de Sienne quand pour la première fois je franchis le désespoir sublime de ses craies embrasées par l’occident.”
Affrontò così quel viaggio iniziatico verso la terra simbolica portatrice di miti, di valori d’eterna primavera e giovinezza dell’umanità, la Grecia e la classicità, come fondamentale sistema d’esperienza religiosa15, ed ambientò le vicende dei suoi profeti di superomismo in territori recanti in sé tutti i germi allusivi di quel passato nazionale ormai in parte sfinito o a rischio di caduta, come il deserto laziale ricolmo di antichi presagi imperiali, o la Venezia-Città di Vita dionisiaca del Fuoco, rivelando miti, trasmettendo nuovi ed esaltanti valori morali e rinunciando alla vaga conoscenza del presente e delle situazioni reali in virtù di un panestetismo ove tutto il dicibile ed il vivibile si condensava nell’enunciazione di profezie e di demoniache ispirazioni in un clima di “enfasi turgida” della dizione pubblica e di propaganda celebrativa degli eroi antichi e contemporanei; grazie all’esempio wagneriano di Bayreuth aprì inoltre la porta del suo interesse alla scena teatrale, da sempre vituperata ma in questo frangente divenuta, nella mente del d’Annunzio, mezzo privilegiato al fine di incitare e favorire il rapporto con quella “preda” difficilmente afferrabile rappresentata dal pubblico, “massa umana non più eludibile in cui si era rovesciato ora l’antico disprezzo per la ‘betise agglomérée’”16, raggiungibile e piegabile attraverso l’utilizzo della parola e dalla phonè profusa in quella oratoria, che sarà per Stelio Èffrena luogo demiurgico del mondo e prolungamento del gesto verso la folla. Agendo di conseguenza anche al fianco di quelle forze borghesi ricolme di ardore e delusione antiparlamentare post-unitario, Gabriele d’Annunzio progettò e portò sulle scene d’Italia gli elementi che avrebbero dovuto condurre non solo alla presa di coscienza, da parte degli italiani, della necessità della competizione colonialistica e dell’impero, ma anche della prospettiva bellica del bagno di sangue collettivo, che avrebbe portato al definitivo rovesciamento dell’equilibrio d’ogni più tenue bagliore di Stato costituzionale. Il “tardo fiume fangoso” della democrazia italiana non aveva però del tutto spazzato via i residui di quel “vivo fascio di energie militanti” al servizio di quella oramai già conclamata religione della Bellezza; anzi, inaugurando nel 1895 Il Convito di De Bosis, egli ebbe a riconoscere, tra gli intellettuali attorno a lui radunati, i sommi capi di tutta quella tendenza rinnovatrice della folla dagli “animi abbruttiti” e soggiogabili alla volontà della Bellezza e degli uomini ad Essa legati; e la sua volontà lo condusse attraverso canali di manifestazione pubblica di sé alquanto mutevoli, portandolo ad una esperienza politica teatralizzata da assenteista “deputato della Bellezza”, insofferente e sprezzante verso la vita parlamentare, tanto da inscenare, in seguito ad alcune decisioni governative contestate in materia di libertà di parola, quel simbolico e superumano passaggio verso la Vita, dai “morti ai vivi” (cioè dai banchi delle destre a quelli delle sinistre), oppure a presentarsi come vate e retore rappresentativo del proprio paese, o come sostenitore dell’azione, anche violenta, coniugata all’intelletto, non avendo altro punto di riferimento tra le attitudini umane che “quella di colui che tende l’arco”. Campione della renaissance latine quindi, ma pur sempre condizionato dalle necessità di un’enfatizzata ambizione personale, sia nel pubblico e sia nel privato, in connubio con quell’estetismo totalizzante che, come l’arte e la vita, ora fagocitava anche le realtà e le speculazioni di carattere politico, mutandone le nature in azioni di oratoria propaganda del regno del Bello, dove le questioni sociali si prestavano ad una ovvia e meticolosa subordinazione.