Riflessioni di natura storico – biografica

Durante la ricerca del materiale e la stesura degli studi, mi sono accorto, con sorpresa in parte però acquietata dalla mia conoscenza già “antica” dell’opera dannunziana, quanto l’ambito prettamente teorico, nella trattazione delle tesi dannunziane, fosse da lui assorbito e reso più difficilmente estrapolabile dall’immenso mare magnum di riferimenti e di suggestioni estetizzanti che ne contornavano ed assorbivano i confini. Sostanzialmente letterato, d’Annunzio dimostra quindi nell’opera, anche non strettamente libresca, tutta la sua difficoltà, o volontà, nell’estraniarsi da quella matrice pesantemente ornamentaria; i suoi articoli giornalistici, per esemplificare una delle multiformi manifestazioni della produzione, si presentano non al di là di questi canoni, e l’appartenenza a testate di chiara tendenza “bizantina” non giustifica la presenza incombente di una grafomania direi letterariamente genetica, nell’esperienza intima di un d’Annunzio idealmente proiettato in una dimensione di magister elegantiarum alla ricerca di un’estensione sempre più forte ed autorevole dell’opportunità di gusto e, perché no, di dominio. Di conseguenza, il mio esperimento, volto alla tematizzazione di un argomento in particolare, si è necessariamente scontrato da un lato con questa imponente muraglia semiotica, ricca di simbologie e, non nego, alle volte stancanti prolissità immaginifiche, e dall’altro lato con una effettiva esiguità di trattazione teorica1 nascosta dietro ad immagini e riferimenti infiniti volti ad una costante riproposizione degli argomenti elaborati, intrecciati tra di loro in una matassa narrativa di indistricabile corposità . Perciò, la stesura della mia trattazione si è forse caratterizzata, a sua volta, di una presenza difficilmente eliminabile di aggettivazioni, conferendo al testo una possibile dispersione; mancanza che spero di poter compensare in questa sede.
Diversi autori hanno insistito sull’incapacità dannunziana di affrontare tematiche di vario tipo all’interno di un percorso meno letterario e più filosofico, e questa presa di posizione è, forse, veritiera; ma se riferendosi a d’Annunzio non si può parlare di teoreticità, è pur certo che la lettura e la riscrittura di intuizioni prettamente appartenenti ad una circoscrizione filosofica, fa di lui un indubbio conoscitore di tali tematiche, nonché un manipolatore delle loro conclusioni2. Basti ricordare il rapporto fondamentale e, al contempo contraddittorio, con la visione superomistica di un autore quale Nietzsche, così come i molti “furti” concettuali operati nei confronti di diversi altri intellettuali europei.

L’argomento di cui mi sono interessato in questa sede, e cioè il rapporto tra l’attitudine estetizzante, onnipresente nel d’Annunzio, e quello strato della società rappresentato dal popolo, sia nella sua connotazione politica, sia nel suo affiancamento alla componente bellica, mi ha rivelato una scoperta inaspettata; benché, durante la formulazione dell’opera, la creazione di immagini si ponga sotto aspetti progressivamente caratterizzanti l’idealizzazione delle oggettività popolari, conferendo alla questione sociale una profonda enfasi politica ed etica, questa creatività si palesa quale espressione più confacente alle esigenze poetiche del d’Annunzio. Partendo da una auto-esclusione dalla relazione diretta con le manifestazioni più varie della componente sociale, ed operando un posizionamento di sé in un ambito d’elite in virtù di un tentativo particolareggiante di estraniazione dalla realtà abruzzese e popolare tutta, il d’Annunzio principia quel cammino di costante discriminazione tra sé ed il “resto” che assumerà, nei diversi frangenti della produzione e del suo pensiero, valenze ulteriori e sempre più raffinate.
La produzione letteraria che, partendo da Primo vere, giunge fino alla comparsa del Piacere e via fino ai romanzi del periodo napoletano, reca una predisposizione di radicale distacco nei confronti di un’origine con la quale è sempre più difficile convivere, susseguente ad un iniziale tentativo di recupero di un possibile connubio tra la realtà originaria della Terra e quel necessario rinnovamento, in chiave giovanilistica e vitalistica, di cui la tradizione popolare e religiosa rappresentava l’antitesi. L’Abruzzo come costante epica, diviene quindi inizialmente un luogo di terra vergine da riscoprire e da modificare attraverso una produzione estetizzante di figure topiche, da imporre ad una visione post-unitaria che tentava di strapparsi di dosso le infermità di un inattivismo secolare, individuando nelle vecchiezze di una tradizionalità contadina i legami ancora integri di quell’immobilismo non in grado di conferire, alle generazioni più giovani e proiettate in una con-fusione con le manifestazioni più ferine della natura, quel senso d’invincibile unione tra l’attivismo d’una attività votata all’energia, e la radicale distrazione tra ciò che vi era prima e quel che ancora era da venire. In questi termini, le figure abruzzesi delle prime raccolte poetiche e delle novelle si collocano in un contesto che trae da questa posizione poetica tutto il suo più ideale splendore. Parlare di ideologia è, però, non solo presto, ma soprattutto inappropriato, considerando anche il fatto che d’Annunzio non attese mai alla formulazione di un sistema fondato su elaborazioni razionali di intuizioni; la sua trattazione non poteva discostarsi dalla mera presentazione di temi affrontati in chiave passionale e fantasiosa, e la stessa idealità estetica non risultava che fondata su un insieme di suggestioni artistiche adattate alle realtà mondane, prive comunque di un versante teorico che non fosse, per lo più, la sensazione. Nelle novelle, è poi riscontrabile quella caratteristica identificante la massa ed il singolo individuo, che rimarrà quale tòpos dogmatico per molta della produzione letteraria, articolata sulla contrapposizione di un “bello auspicabile” e di una “bruttezza inopportuna”, indice identificante di una discrepanza tra una certa vivibilità ideale dell’esistenza e la sua controparte; quindi, i contadini nei campi, gli storpi ed i malati, i pescatori che operano sulle malattie attraverso interventi di un sapere antico e non fondato su canoni scientifici, i fedeli in preghiera nei santuari ecc., divenivano nella rappresentazione dannunziana elementi di quell’auto-esclusione inconscia con le realtà evolute della società, ancorandosi ad uno stato di minorità non in virtù di una limitatezza culturale, ma a causa di una deficienza genetica e stirpica irrisolvibile caratterizzata dalle immagini orrorifiche di deformazioni, ferite, malattie, mutilazioni, morti violente. E’ chiaro quanto, in simili condizioni, fosse impossibile per la popolazione più legata alla terra ed alle sue logiche un’elevazione agli stadi di un riscatto di sé. Questa costante della rappresentazione popolare si mantenne per tutto il periodo giovanile, fino alla comparsa, nel Piacere, di una ulteriore forma di differenziazione con essa; la “presa di Roma” fu per d’Annunzio un momento di accrescimento di quel desiderio di superiorità della propria esperienza intellettuale e civile, optando, nel meccanismo d’abbandono di una condizione “provinciale” verso un’altra “cittadina”, verso una personale fondazione di quella “favola bella” di uomo estirpatosi da una immobilità paesana, ed entrato a far parte di una connotazione più allargata negli usi e nelle abitudini intellettuali e mondane. Ecco che, quindi, venne a profilarsi anche quella possibilità di nobilitazione, nel vero senso della parola, nel contatto con la città non in senso umano, poiché il romanzo di Roma si presenta come una larghissima critica agli ambienti sociali borghesi e nobiliari, oltre che popolani, ma in senso artistico ed architettonico, suggendo dalla composizione urbana quegli stimoli necessari, per uno spirito raffinato, ad affinare sempre più le sensibilità al gusto ed al riconoscimento della bellezza più alta; la differenza quindi tra uno spirito “eletto” ed uno “in eletto” stava proprio nella capacità, o nella incapacità, di far tangibile la propria favola bella, e cioè di imporre dal nulla il gusto e le sensibilità di cui ci si rendeva portatori. Nulla di strettamente istituzionale, anche se possono già essere avvertite questioni di carattere politico, essendo la politica individuale null’altro che la manifestazione di influenza sull’etica propria della città-stato, della nazione; ci stiamo comunque avvicinando alle celebrazioni grandiose di un titanismo epico-istituzionale, che avrebbe dovuto sovvertire le vecchie preconcettualità di una politica oggettiva ed amministrativa, dimentica della soggettività particolareggiante. Il frangente del conflitto bellico non trova ancora qui ragione di essere, in quanto l’azione, vista sotto l’aspetto di necessità di vita e di bellezza, non ha ancora preso piede nella poetica di un d’Annunzio abbandonato ad una certa vita di quietudine mondana; l’unico conflitto che si fa avanti nella produzione è espresso dalle immagini di uno scontro non solo intellettuale, ma bensì anche fisico e violento, con quelle masse di “bruti degni di morire brutalmente” come i morti di Dogali, verso i quali Sperelli non può, in quanto “mostro”, provare altro che disprezzo; uno scontro in perfetta sintonia con le istanze di una scelta auto-celebrativa e nella riproposizione di modelli di gusto autocratico.

Ed ecco, dopo questo momento caratterizzato da un volontario isolamento in un’isola di solitudine schifiltosa, nell’avvento di una produzione letteraria votata appunto ad un titanismo di intenti e di un totalitarismo aristocraticamente accomunante, si dipana dalla lettura soprattutto di Nietzsche un diverso orientamento dell’azione dell’uomo d’intelletto nel mondo, sempre coronata da una consapevole ed egolatrica collocazione al centro delle “faccende” umane, ma valorizzata non più dal semplice girovagare museosofico al fine di una più completa partecipazione, spesso solo nominalistica, con la bellezza che traspare dalle opere d’arte, ma impregnata adesso da una marcata e pregnante compartecipazione degli affari politici ed istituzionali con le moltitudini, le quali, per l’occasione, vengono per certi versi rivalutate, scoprendo in esse sprazzi di un attivismo da regolare e guidare. Il tempo delle processioni ai santuari, delle immagini strazianti di un orrore nelle deformità più atroci, non è però finito; l’accezione prettamente “bassa” delle moltitudini si manterrà ancora nella prima produzione che precede il potenziale avvento di un rinnovatore delle coscienze, e si articolerà ancora attraverso i canoni di una estetica del “brutto inopportuno”, toccando proprio in questo periodo le vette di una truculenza rara nell’idealità dannunziana. Mentre nella produzione novellistica, l’immagine del dolore e della ferinità erano elaborate al fine di deliziare i famosi “palati borghesi”, rassicurandoli della mancanza di un effettivo pericolo dalla componente popolare, nonché come indice di una irrisolvibile incoscienza di sé da parte di essa, nel Trionfo della Morte tutto ciò si muta in un tentativo abortito di recupero di quella matrice originaria di un Abruzzo che, nella visione di Aurispa, poteva forse ancora generare, nell’atto di condivisione carnale e spirituale del sentire più intimo della sua terra d’origine, una possibile rivalutazione non solo di sé stessa agli occhi della nazione, ma anche del protagonista stesso intristito dalla miserevolezza di una condizione cittadina e sentimentale che, se da un lato lo aveva stancato, dall’altro ne stava comportando una costante oppressione intellettuale ed esistenziale; tutto decaduto proprio in virtù di quelle immagini massificate di fedeli in pellegrinaggio verso Casalbordino, forma letteraria di una irreversibile bestialità, nelle quali d’Annunzio intende riflettere appunto la definitiva conferma di una inconciliabilità tra la parentesi provinciale, dalla quale distaccarsi “per non morire”, ed una nascente coscienza nazionale guidata dalle esperienze ed intuizioni di tutta una giovane generazione di intellettuali ed artisti votati alla causa della bellezza. Il suicidio di Aurispa non può dunque che collocarsi sulle basi di questa logica di rinnovamento, e la morte ne è considerata quale unico sbocco in un frangente d’impossibile ottenimento di quella liberazione da un vincolo limitante non solo epico e familiare, ma anche sessuale e basilare quale era diventata la relazione con Ippolita. Ma se fino ad adesso l’incapacità volontaria dannunziana di confrontarsi con gli istituti del suo tempo si era resa elemento principe per il confezionamento di precursori del superuomo votati all’unica differenziazione sulla base di affinamenti estetici ed artistici, utilizzando il mezzo artistico e l’erudizione che ne consegue quali spunti qualificativi dell’unicità del sé, l’ascesa de Le vergini delle rocce, nonché degli scritti La Bestia elettiva ed Il caso Wagner, aggiunsero in modo definitivo e preponderante, nella poetica del poeta, quella connotazione di critica costante ed anti-democratica nei confronti delle realtà parlamentari, così come delle antiche forme di governo elitario e monarchico dimentiche del loro ruolo nel mondo, ed affrancate dalle redini del potere attraverso un’operazione effettuata su base plebiscitaria popolare, a parere del d’Annunzio, di trasferimento degli interessi da un piano totalmente politico ed epico ad un altro caratterizzato da un attendismo burocratico ed infantile. In questi termini, i luoghi del voto e della decisione camerale divenivano i più prestigiosi travagli negativizzanti di quella sensibilità d’ascesa, dove le aspettazioni di una rinascita culturale ed artistica di un’Italia post-unitaria si mostrava in tutta la sua inconcretezza ed in tutto il suo involgarimento. Il popolo si ammantava così di arroganza e desiderio di violenta prevaricazione, e si tingeva delle tinte più fosche di “bestia agglomerata”, di folla indistinta in balia del Pànico, la quale, nell’atto della distruzione, si veniva a mostrare quale unica effettiva nemica delle compagini di una società rinnovata sulla base dell’istinto di pochi. Ecco sorgere nella poetica dannunziana le prime immagini di una massa priva di distinzioni e confini, dove la desoggettivazione dei singoli componenti umani diviene stilema acquisito, ed opportunamente manipolato, come primo testimone della valenza così profonda dell’animalità; la folla è “branco”, la massa è “mostro” arrogante e spaventoso, che nell’attacco ingoia tra le sue fauci ogni possibile differenziazione. Da moltitudine, dalla quale era possibile estrapolare alcune manifestazioni soggettive di individualità, di sentimento, di acutezza intellettuale, come Aligi nel Trionfo della Morte, che testimoniavano una seppur remota opportunità di interesse alle elucubrazioni interiori delle forme di aggregazione popolare, concedendole uno spazio di comunicazione, essa oramai si perde in una dimensione di totalizzazione organica della più palese manifestazione dell’attitudine istintuale votata al caso ed alla distruzione, e si tramuta appunto in massa, in “folla”, che non bada ai suoi morti ed ai feriti, ma che ingoia anch’essi nella motilità potente e spaventosa che la identifica, così come ingloba, in questo oblìo del sé soggettivo, le immagini di un presente che tendono al futuro le fila della nazione, e di un passato energetico che si profila tra le ville e le opere dell’ingegno trascorso, coprendole con quel senso del lucro e della malafede oggettivato dal “tumore biancastro” della calcina sparsa sulle meraviglie artistiche di Roma. Ed in difesa del diritto decisionale dei pochi sui molti, d’Annunzio ed i suoi precursori invocano quella che secondo loro non poteva che essere la soluzione più definitiva e concreta del conflitto tra massa ed elitarietà, tra oggettivazione del proprio ego, e libera conduzione di esso in virtù delle doti di superiorità spirituale, intellettuale e psicologica: “la strage all’arma bianca” per la concimazione della terra sulla quale gettare il seme di frutti futuri.
Muovendo da queste conclusioni, un’insaziabile desiderio all’identificazione tra la figura tendente verso il cielo del superuomo e la teoria di una nuova rinascita latina, che ispirasse nel mondo tratti di ammirazione ed asservimento, si palesa con sempre maggiore stabilità nelle posizioni politiche di un d’Annunzio che giungerà anche, per motivi più legati però alla spettacolarizzazione nel meccanismo della politica di sé, alla candidatura per la carica di senatore del Regno.
L’avvento del Fuoco e delle opere teatrali, più calate all’interno di una proposta-imposizione di ordine autoritaristico, inaugura la formulazione di un elemento ulteriore nel rapporto con le genti, principiando, nella rivalutazione del loro apporto sociale, una possibile realizzazione di un progetto di mutazione civile; le masse, da feroce potenza caotica, si immettono in un percorso ideale formulato ad hoc, proiettato in una dimensione strumentale degli istinti incanalati verso la liberazione alternata e guidata della potenza deflagrante, piegata alla rivolta nei confronti di alcuni obbiettivi sensibili, sia che essi siano gli ambiti parlamentari, oppure che si pongano in una certa predisposizione all’attendismo in previsione di una estensione dei domini imperiali. Le moltitudini inquadrate in folla, perdono costantemente l’autonomia dell’azione volta al caos, per accettare la decisione dominante, altra da loro, proveniente da una testa che guida le “masse acefale” in un rapporto di padrone impietoso e di servo violento e ingenuo, spesso infedele, il quale si dispone nei confronti del nuovo dominatore non sulla base di un equilibrio d’intenti idealmente solidale, ma prima in virtù di un sentore istintivo e sensuale, delle necessità più contingenti con la basilarità del vivere quotidiano (La Gloria), e poi con un coinvolgimento diretto nelle vicissitudini dell’impresa ascendente di tutta la compagine popolare, alla luce delle esigenze della stirpe e della rinascita latina sulla potenza bizantina della sensualità (La Nave). Ed in questo rapporto impari, d’Annunzio può riscoprire la possibilità interessante di “trarre baleni” di rinnovamento da ciò che prima era null’altro che “nero” ed impenetrabile, conferendo alla guerra un carattere di lotta cittadina di massa apparentemente disorganizzato, ma in realtà mirato con oculatezza, dove le leve della passione politica si spingessero fino alla sovversione dei canoni di una immobilità rinnovata dalle classi politiche giolittiane. In questo clima di rivalutazione del connubio discriminante tra dominatori e masse, le suggestioni di una genesi dell’esperienza mitica e mediterranea si propongono quali strumenti di fascinazione per un viaggio nella libertà più completa, in una nuova istintualità fondata sul recupero, in chiave superomista, delle culturalità greche e latine riconosciute quale terra d’approdo, di catarsi e di ripartenza verso il mondo; tutto vissuto nella costante imposizione di un mitico scenario paganeggiante, dove i tratti della tradizione mitologica si mischiavano, corrompendosi, alle vituperate immagini di una Grecia cristiana, ed in cui figure di ulissìaca memoria si ponevano quali esempi radicali di riottenimento del diritto al dominio senza consenso. Mosse dalle necessità impellenti di soddisfacimento dei bisogni della fame, le masse aggregate dalla rabbia causata dallo sfruttamento industriale vengono spinte alla guerra cittadina dalla voce di un precursore ispirato dal rogo essenziale delle Muse, spiritualizzato nella manifestazione benevolente della decima Musa, che racchiude nel proprio agire l’azione mondana delle sue sorelle; in Essa, la carica bestiale della rivolta si muta in riso sfrenato, e la fatica della servilità, appannaggio oramai delle macchine come forma tangibile del miracolo tecnologico, diviene un ricordo per l’uomo trasfigurato in un immagine terrestre della divina serenità. Ma la guerra non si mostra solo al fine della liberazione degli uomini dalla fatica, che li separa inevitabilmente dalla condizione “liberale”; essa diviene mezzo per la riconquista epica di un territorio usurpato, attraverso la predicazione e la lotta di eroi confusi con le folle nella loro intoccabilità, come Garibaldi, buon pastore di un popolo latino battezzato dal sangue dei combattenti. In questi termini, la folla già comincia ad offrire i primi tratti di una ulteriore mutazione in “esercito”, e cioè in forza lanciata all’attacco non più in base a canoni di caoticità apparente, ma regolamentata da strategie organizzative. Raggiunto in questo periodo il punto più elevato della speculazione intorno alla figura del superuomo, ammantatosi da una veste addirittura sacrale oltre che civica, fino allo scoppio della prima guerra mondiale ed alla “predicazione” bellica la produzione dannunziana inizia a perdere terreno sulle esigenze di una poetica che, pur mantenendo intatte tutte le tendenze peculiari, si fa sempre più stanca nella riproposizione continua dei medesimi temi; la massa perde vigore, e smarrisce inoltre quella infedeltà violenta per acquartierarsi in una anonima vita borghese e cittadina, esaltata unicamente dalla mera vitalità “circesca” con la quale il precursore di turno ne ricerca i favori, invitandola, con una tendenza alla dominazione che sempre meno convince, ad un divertimento puramente sensibile e fine a sé stesso, senza alcuna connotazione nobilitante, ma anzi di palese sconfitta. La fine insomma di un’era, la caduta degli eroi che nella rivalutazione latina e nella guerra hanno visto l’opportunità di riproporsi come modelli estrapolati dalla pura storia patria cartacea, vivendo in una nuova coagulazione delle forze nazionali benedette dalla preponderanza latina per il comando, e che vedranno nella “macchina”, sotto le sue più svariate forme, un’interessante arma da utilizzare per lo scontro sempre più sentito tra tecnologia e ruralità.

Lo scoppio della Grande Guerra trovò in d’Annunzio un attivista instancabile nel tentativo di spingere le istituzioni italiane alla scesa in campo al fianco della Francia, in opposizione all’Austria ed alla Germania; in questo meccanismo egli vide la vera possibilità di risollevamento del superuomo da uno stato di dormiveglia, che durante il periodo francese si trascinava in una insostenibile leggerezza d’intenti, conferendo così all’azione ed alla giovinezza scesa in campo, ed attiva nella presa di posizione radicale della violenza, la guida ideale di una risurrezione in chiave patriottica delle finalità epiche dell’intero popolo italiano. L’immagine della folla, come premesso precedentemente, in questa fase assimilò la forma sostanzialmente di un esercito, di una massa multiforme, ma compatta negli intenti assurgenti e stimolata dall’intervento disciplinare del dominatore tramutato per l’occasione in “Dux”; in essa, la figura del soldato assumeva una valenza volutamente demiurgica e desoggettivante nell’azione combinata e totale con il tutto-Reggimento di cui faceva parte, ed insieme ad esso si trasfigurava, nell’atto unico dell’attacco eroico, ma soprattutto nell’istante della morte gloriosa sul campo, in volto eterno di un Patria che proprio dal sangue dei caduti traeva linfa vitale per la sua futura stabilità ed imposizione. Un “bagno di sangue”, una carneficina che nelle parole del d’Annunzio assumeva le caratteristiche di una necessaria caduta catartica delle forze latine, in virtù di una risurrezione nel corpo di una coscienza politica rinnovata; un percorso di purificazione attraverso la bellezza più alta risiedente nello spontaneo e sprezzante sacrificio di sé, nel farsi dono d’offertorio sull’altare della Nazione, battezzandosi fisicamente con il sangue degli eroi resi emblemi nella morte, per giungere ad una risollevazione degli istituti statuali composti da uomini titubanti e senza ardore. Fiume fu, così, il culmine di questa lotta verso la necessaria rimodellazione degli assetti nazionali su base estetica, teatro, nel senso vero della parola, di una politica dannunziana dove le fantasie più evolute di una speculazione superumana diedero i frutti più succulenti, ma anche maggiormente tragici; per sedici mesi le truppe dannunziane permasero in quel luogo, estendendo alla cittadinanza un coinvolgimento con la causa dalmatica che d’Annunzio non esitò, attraverso un quotidiano e roboante rapporto con la folla soggiogata dalla sua phonè avvolgente e sovrastante, a fissare all’interno di una serie di miti e figure topiche fatti tangibili nella presentazione di alcuni oggetti votivi, caricati di un sentore sacrale infuso loro dal contatto coi luoghi di battaglia e di sacrificio, in cui la Patria potè vantare le Sue manifestazioni di più elevata purezza.