Primo vere e Canto novo : l’interiore ferinità

Nella primissima produzione, pur comparendo raramente e solo in particolari frangenti, la figura del popolo, minuto o grasso che sia, si mostra nelle sue più varie sfaccettature già sottoposta ad una operazione ideologico-estetica voluta dall’ancor giovane Immaginifico, e proiettata ai fini di una modificazione, naturalizzazione ed elevazione, per certi versi stereotipate, delle caratteristiche normali e peculiari di quotidianità e di spontaneità popolare, verso l’immedesimazione all’interno di ruoli-icona prettamente letterari. Pur non offrendo ancora tratti di chiara ascendenza aristocraticista nel rapporto con colui che si mostra nell’atto dell’elevazione al di là delle contingenze e situazioni terrene (e con il termine “terrene” intendo “proprie della gleba”), i riferimenti alla realtà popolare, sia legata alla visione d’un Abruzzo vagamente mitizzato ed iper-cromatizzato nell’uso del colore, sia riferita a forme indipendenti dalla dimensione strettamente originaria del poeta, sono fermamente caratterizzati da costanti ed inviolabili lontananze; distanze tra l’altro fondate anche dall’impossibilità dell’effettivo contatto e persino d’un pur semplice avvicinamento a quella coppia originaria ed eletta, che già qui precocemente trae, al di fuori dell’oscurità massificante, le sue prime evoluzioni solitarie, fungendo quindi prettamente da sfondo scenografico al grande spettacolo della manifestazione rituale, lirica e sensuale dei giochi, del connubio e della mescolanza tra le carni e gli spiriti eletti, escatologicamente sovrumani, del protagonista-poeta e della sua “donna-dea” idealizzata (in verità mondanamente assai variabile ma costantemente riscoperta, di volta in volta, nella presenza delle fanciulle decantate):

e là giù in fondo i colli di Spoltore
sorrisi da gli olivi,
dove le donne cantando d’amore
vanno a stormi giulivi …
Oppure:
cantando gli stornelli in schietto eloquio
passava una villana
da’ fianchi baldanzosi, da le guance
color di melagrana.
E così anche:
Ma poi diman le villanelle amabili
con lieti cori ti torranno i grappoli,
e i dolci mosti sotto il piè del villico
spumeggeran purpurei.

In realtà, ecco che quindi gli elementi rurali e popolari risultano effettivamente come estranei al piano di principale interesse comunicativo, e inseriti al solo scopo di allegorizzare e di contrastare il vuoto con qualche screziatura di falsa filantropia populista e verista per lo più di natura figurativa, “tavolozza su cui sono stati messi dei colori per quadri futuri”, maggiormente rilevata dalla qui ancora inesperta, ma già profusa di velleità semi-discriminatorie, scelta ideologica del brutto e dell’inopportuno, dovuta soprattutto allo sdegno polemico contro l’involgarimento del presente, che giungerà ai suoi livelli di maggiore effetto con le messe in scena di quei figurini abruzzesi di Terra vergine e delle Novelle della Pescara, risvolti bestiali “della raffinatezza della vita e della cultura”; non contando, per giunta, le masse impregnate d’un animalesco senso del sacro commisto al profano deambulanti sulla strada di Casalbordino nel Trionfo della morte, troppo lontani dalla realizzazione del mito di una gioventù aggressiva e trionfante e da quell’estetismo energico e non dimissionario di fronte alle palesi ineguaglianze, troppo distanti da quella poetica del “poeta–cefalo”, “corpo nudo che nuotava nell’acqua verso prodigiose allucinazioni visive, sorreggendo il gusto di imprevedibili metamorfosi e dalla fusione positivista uomo-natura”, e disegnando l’organica storia di una felice avventura del corpo, liberata nel contatto con la natura e con la donna, tanto presenti e caratterizzanti per la poetica di Canto Novo, il nuovo canto veramente di tutta la bella gioventù italiana.
Al di là dei primi esercizi giovanili di afflato prettamente celebrativo, come l’Ode a Re Umberto, emersero quindi nel panorama della prima produzione dannunziana composizioni profondamente articolate sulle direttive di quei fini e di quelle strutture tradizionali, dove l’Abruzzo e le terre fatte casa dal poeta, potevano assumere tratti già mitici ed irreali, “in cui le coordinate topografiche valevano […] solo come arcane suggestioni sonore in cui il tempo era ritmato dalla ciclicità delle stagioni, dei mesi e dei climi”; luoghi evocati, intravisti e palpati attraverso un’“immaginaria mitizzazione elegiaca”, carica di sensualità dionisiaca, attraverso quella artificiosa, feroce ferinità, e quel connubio con le realtà naturali; un fiero Abruzzo-nazione da decantare, da riscoprire quale terra incontaminata e mitica, cromatica, sannitica, e come luogo di passati natali e di fondamentali esperienze formative di vita e d’intelletto:

Ah sì, le calme de’l tuo ciel divine
mi fecero poeta,
i sorrisi d’un mar senza confine
là tra la mia pineta:
tra la pineta mia dov’ho passati
i momenti più belli,
dove ho goduto i miei sogni dorati
e i canti de gli uccelli
Ed ancora:
[…] con serene ebrezze la speranza
ne’l core mi fiorìa,
mentre i sogni superbi con baldanza
puerile inseguia…

I miei sogni di gloria e libertade
per l’azzurro fuggenti
come una schiera di fanciulle alate
o di meteore ardenti!

Terre egualmente antropologiche e poetiche, oltre che “vergini”, dei primi amori e delle prime passioni, tutte tese con discrezione alla manifestazione, nell’animo del giovane poeta e di chi ne coglie il frutto di sapienza, di quel fondamentale esito sensualmente ideale dell’azione che la Natura in essa promuove quale mater sensualitatis. “Per il giovanissimo d’Annunzio l’Ellade è già la plaga strana, subito disposta a coincidere col mito della giovinezza, dell’età bella, intorno a cui si diffondono figurazioni favolose”; regione storica ed esotica, nella quale ritrovare gli elementi di quella necessaria “evasione” nel perduto mito ellenico in reazione polemica e sdegnosa nei confronti dell’involgarimento del presente, terre vergini e dimore di Venere ed Apolline, dove le veneree pulcretudini giungono in seno ai “caldi vesperi” al fine di rinfrancare ferinamente l’intelletto e l’azione del proto-eroe ancora per molti tratti inconscio di sé.
Terre di sere placide e di sonate al chiaro di luna, di bettole ricolme di risa e di “brindisi a i vini buoni”; luoghi di quadretti di genere e di infantili, ingenue e rassicuranti reminescenze familiari, dove ogni figura, per quanto manipolatamente orrenda od incantevole, si articola nelle vicende organizzate come immagine mitica e necessaria di una estetizzante mitologia complessiva. Terre di “bianche, rosse, gialle” vele latine di barche da “liete pesche” lontane sul mare, dove cieli di perla si pongono da sfondo ideale per canzoni selvagge “d’amore e di viole”, comparate a quei luoghi lontani d’esotico fascino da mille e una notte, così molto in voga in quel tempo, e celebrati nella fantasia orientale intitolata Seyda, o in Preludio [ “‘oasi’ come immagine esotica (…) e decantata suggestione allegorica (…) della natura e dell’amore”], o ancora in Su’l . E come l’Abruzzo, anche la città di Firenze (e la Toscana tutta in quanto terra ideale), differentemente virginale rispetto alla terra natale del poeta, ma casa formativa ed educatrice “regina de l’Arno e florivola / inspiratrice al canto”, si orna di caratteristiche ideali ed in bilico tra quel glorioso passato comunal-nazionale, e quel futuro già precocemente intravisto nella memoria fantasiosa e visionaria del giovane poeta, ricolma di “tesori de l’Arte”, come la chiesa di Santa Croce, e l’urne dei Grandi:

[…] grandi immagini
d’una gloria fuggita,
davanti a cui co’l’alma in grembo a’ secoli
io passerei la vita
[…] ove pareami
d’udir spesso una voce […].
Città di giovinezza e vitalità, sopra la quale l’astro di Venere “rifolgora con raggio candido”, per le cui campagne il giovane d’Annunzio può ritrovare quella vitale confluenza tra la dea Natura, per eccellenza sovrana d’ogni agire e d’ogni pensare, ed il suo sangue che, fervido, gli “esultava a’ polsi”, e dove, alla visione dei templi maestosi, delle “torri focheggianti”, degli “antichissimi palagi paurosi”, il pensiero non può evitare di giungere a Colui (Dante) che, Eroe della latinità e delle belle lettere, superatore della barbarità plebea e politica, ha manifestato ed esaltato l’“estasi de’l suo sublime amore”; città di forza e di epica passione, che nella visione di d’Annunzio si caratterizza in popoli in festa di fronte alle immagini estetizzanti dei gonfaloni repubblicani nella parata dei vincitori sulle armi straniere, in incensi e preghiere, quasi romane, per “la salute de la gran Repubblica”.
E da questa logica figurativa troveranno esito naturale, già in questa sede giovanile, quelle immagini di “vecchi adusti” e “madri cadenti”, affamati e costretti ai lavori più ripugnanti spinti dalla fame, villici addormentati e rumorosamente russanti “co’l cappel su’l volto”, bestemmiatori che, perduti tra le orge di Carnevale (e quindi di una festa di crapula plebea), grideranno con “urli rochi” e quasi inumani poiché privi di linguaggio certo che rappresenta la vera “anima” di un popolo e la reale “voce viva di una nazione” e sarà l’immagine dello sfacelo umano, dell’abbandono delle plebi “ad un illacrimato destino” e della pericolosità anti-estetica insita nella miseria, la vecchietta
avvolta ne lo scialle
pien di buchi e di toppe: […].

La quale cammina

[…] adagio adagio col caldano
sotto il grembiul ragnato, strascicando
le scarpe e borbottando avemarie.

Così come il pezzente inebetito dal freddo dai cui abiti laceri si mostrano le carni “raggranchiate e paonazze” e le mani sanguinanti.

Con l’avvento dell’edizione sommarughiana di Canto Novo del 882, programma ancora irrealizzato delle Laudi, l’immagine della presenza popolare nella quotidianità della società subisce un’ulteriore estrapolazione dal suo effettivo contesto secolare, affondando le radici in quel sentore di futura e piena discrepanza con la classe dominante, che sarà, nelle raccolte di novelle successive, idea giunta poeticamente a compimento. Evitando di scordare le intuizioni immaginifiche già sperimentate nell’avventura di Primo Vere, le genti semplici ora si trovano calate in ambiti più narrativi, più strumentali ed apparentemente meno secondari, ma già proiettati verso i lidi dell’elevazione ad autentica icona della negatività estetica e civile, nonché di quella futura ed ideologizzata ferinità ed animalità atte a mutare simbolicamente ed emblematicamente le loro sembianze, i loro usi e costumi, i loro stessi nomi attraverso storpiature e modificazioni (Terra vergine), come scrive Angela Felice, al fine di una presentazione spettacolarizzata e realizzata “apposta per piacere ai palati borghesi di Roma”, desiderosi di una certa esoticità, “in qualche modo rassicurandoli sulla loro non pericolosa diversità”46; e seppure immersi in una Ellade ideale, come si presenta la terra accogliente, le mosse solitarie e le cacciagioni-seduzioni estetizzanti dell’autore-predatore e della sua superfemmina-antilope sensuale, le vie del popolo minuto continuano, da parte, a tracciarsi lungo la scia mortifera dei cortei funerari ritmati dal canto lungo e greve delle litanie, chiaro segno dell’impossibilità di una sopraggiungente e rinnovatrice risurrezione, oppure all’abbandono ad una irrisolvibile vita di costante e ripetitiva azione quotidiana e sonnolenta, provando sì emozioni di sorta, ma sempre manifestate esternamente ed interiormente dal tragico tremore e dalle convulsioni irrazionali ed animalesche:
Il pescatore guarda, e ne’torbidi
occhi di bruto ha un lampo; scricchiola
la povera canna serrata
entro il convulso pugno d’acciaro.
Così come:
Toto segue co’l grigio occhio selvaggio
[…] un triangolo d’anatre in viaggio…

Toto ascolta alenante; indi reclina
la grossa testa, si fa bianco bianco;
si sente il sangue alla gola salire…

Terra di lento passaggio del tempo, incastrato tra le onde spumose e veneree del mare costantemente uguali e idilliache, e la vita dei molti figuri che, immersi in quel quotidiano procedere contadino e paesano, completano i quadri virginei ed incontaminati d’un’umanità fin troppo naturale, anche nei suoi lati più darwiniani e crudeli49, nonché d’una Natura-Nemesi onnipresente e divina, pagana, “poema da decifrare” e connessa intrinsecamente alle nature di ogni realtà letterariamente antropologica, faunistica, floreale, entro la quale smarrire ogni parte del proprio essere ed agire invocando ritualmente tutti gli elementi più sensuali e fecondi del morto paganesimo, come “gli strani amor di Tetide” ed i “trionfi di Venere”, il lieto “cantico delle Nereidi” e le pavidezze di Galatea fuggente5; terra di anticipazione di quegli elementi dell’accostamento figurativo, ideale, e della fusione tra i lauri cari ad Apolline ed i cipressi votivi propri della campagna toscana, nella sua struttura vi è intimamente collocato un immenso poema laico della natura e del corpo “gestualmente” astratto e dilatato verso la totalità in sé.
Uomini schiantati dal lavoro inumano dei campi, ricoperti dal “sangue sudato” e col cranio cotto “da’l sole spietato”, si guardano con occhi spenti infilando nel terreno la vanga, consci dell’impossibilità del riposo, dell’insperabilità in un pur misero senso di misericordia, come Lazzaro che afferma:

[…] noi si muore alla strada, peggio che cani, noi!

Disperazione quindi senza spazio al più tenue bagliore di speranza, e cioè di rinascita a nuovo vigore intellettuale ed estetico, questa situazione si mostra però dovuta non tanto all’avversità delle condizioni nelle quali queste genti diseredate si trovano a vivere e ad operare, ma piuttosto alla natura originaria intrinseca alla condizione popolare stessa fin dal principio, essendo il popolo ineletto, in altre parole, inelevabile non per cause ambientali ed esterne, ma contrariamente per intima perversione connaturata al suo essere, così che le risposte violente e sanguinarie alla stimolazione dei suoi più bassi ed elementari istinti, quali quello sessuale, della fame e della sete, non risultano in nessun modo così sconcertanti, ma anzi assai prevedibili seppur comunque inammissibili in una realtà sociale purificata.
Terra di templi sperduti e di stimoli sensoriali fonici e visivi, l’Abruzzo di Canto Novo si mostra già ben più ideale rispetto alla terra d’origine del giovane d’Annunzio in Primo vere; luogo di folte foreste, in cui il sogno di “metamorfosi positivista” tra uomo e natura “esibiva nuove meraviglie: di giorno, la dilatazione di una vegetale sensualità nella natura eroicamente accesa, mentre di notte, a contrappunto, l’incanto di un lunare languore dei sensi”; immagine estetica, narrativa ed antropologica della sospensione ideologica d’ogni apparato etico e morale, in favore della contemplazione d’una più semplice e schietta manifestazione delle doti ferine, istintuali e sensualistiche proprie dell’uomo in fusione con l’istinto a lui dato dalla natura55, ed in riscoperta costante della sua origo gentis pagana e faunistica, già molto simile a quella realtà regionale che si mostrerà in Terra vergine, in San Pantaleone, ne Gli Idolatri, benché in quelle raccolte di novelle risulterà maggiormente caricata di significati la figura della popolazione e della manifestazioni esteriori “terribili” della sua presenza:

ed io, come un agile pardo a l’agguato, m’ascondo,
platano sacro, qui fra le chiome tue […].
Oppure:
Dritto su’l monte io t’invoco e ti canto,
o Natura, o immensa sfinge, mio folle amore!
Così come:
ne’l sole ne’l sole ne’l sole, esultante, squillante,
tonante, arcana voce di mille iddii!…

E non il dio è in me?

E come l’Abruzzo di Primo vere, nella poetica politica di Canto Novo (parallelamente concepita allo sviluppo di un possibile programma d’azione politico-sociale ed intellettuale, che troverà nel Canto Novo dell’edizione del ’96 la sua espressione più acuta come sfida proto-superumana alle realtà anti-naturali della società e dell’educazione borghese), il mare assume tutte le caratteristiche di una Patria sospirata, estiva e mai fatta pienamente propria, di un Regno verso il quale guardare e da avvertire quale vera e genuina fonte di sana e potente genealogica stirpe:

Thàlatta! Thàlatta! Volino, balzino
su su da’l giovine core, zampillino
i tuoi brevi pirrichi,
o divino Asclepiade!

O mare, o gloria, forza d’Ausonide,
alfin da’ liberi tuoi flutti a l’aure
come un acciar temprata
la giovinezza sfolgori!
Ed ancora:
amate, o giovini baldi, le vergini
oceanine! […] […] – o giovini, o vergini,
è il novilunio di maggio; amatevi! –

Carico di nobiltà dominate da pochi, tutte le irrisolvibili incapacità civili, proprie della natura di queste genti, insufficientemente pronte al confronto diretto con questo Regno, si rendono causa della costante estromissione di essi dal contesto oceanino figurativamente attraverso la durezza nella resa di fronte alle forze naturali infurianti contro gli sforzi nel tentativo di strappare al mare le minuzie per la propria sopravvivenza (la conoscenza più intima di Esso); e, spazzati costantemente via dalla stessa perversione che li caratterizza intimamente, in questa ottica ideologicamente discriminante è estremamente chiaro che un personaggio come Rossaccio, antesignano di Dalfino della novella che reca per titolo questo nome, “bastardo” per etichetta, rosso di capelli e con un corpo che “in un pezzo di macigno/con la scure d’acciar parea tagliato”, facilmente riconoscibile, almeno nominalmente, all’interno della famiglia letteraria di Rosso Malpelo, fugga e si suicidi gettandosi da una scogliera dopo aver assassinato brutalmente, per amore o, per meglio dire, per baci mai ricevuti
Giovinezza, quindi, come modello assoluto e progetto di riorganizzazione ideale e politica delle società, così come “religio naturalis”, sulla base però di un vitalismo giovanile derivato dalla consapevolezza stirpica di impronta greco-latina e paganeggiante, dove la scelta religiosa e cultuale, nonché civile, venga caratterizzata necessariamente dall’influenza dell’impronta naturale, panica e panteistica, della visione dell’esistenza umana. Ripieno di quell’essenza divina, sensuale e “nazionale”, attraverso l’esplorazione ed il contatto col mare durante la navigazione lungo il golfo “come un buon nauta sannite”, il giovane poeta-cefalo poteva avvertire in sé la necessità di definirsi quale “nume” e profeta, proto-eroe ricercatore e conoscitore di tutte le cose che regolano l’“immenso” poema panico del creato; ideale primo, quindi, di quella nuova forma di aggregazione spirituale e sociale alla quale ogni cosa necessariamente sarà destinata a rapportarsi nel momento di presa di coscienza della natura più vera ed intrinseca di sé e della propria esistenza: la costante fusione nella manifestazione primaria di ogni più naturale libertà e vitalità, ovvero nella giovinezza, e nell’esuberanza della gioventù aggressiva e trionfante che non adotta limiti nella sua visione e costruzione del mondo politico e sociale, artistico e spirituale.