Piccola presentazione della Carta della Reggenza italiana del Carnaro

Caratterizzato da una base fondata sulla pacifica convivenza delle genti adriatiche, la Carta della Reggenza italiana del Carnaro si dipana tra le più svariate indicazioni di autonomismi comunali ed individuali, intervallando considerazioni di intenzione a celebrazioni di cosmopolitismo romano, tra principi fondamentali di salvaguardia delle minoranze, alla elevazione ad auspicabile fine dell’apprendimento della lingua italiana e della cultura latina, immaginificate ed estetizzate attraverso la figura di Dante e di Roma imperiale. In essa, Fiume viene dipinta in una struttura triplice, “come l’armatura impenetrabile del mito romano”, di caratteristiche peculiari: “estrema custode italica delle Giulie” (ambito “storico” ed epico), “pienamente compresa entro quel cerchio che la tradizione e la scienza confermano confine sacro d’Italia” (ambito culturale e “terrestre”), “eroica nel superare patimenti insidie violenze d’ogni sorta” (ambito “umano” ed etico), fissando nella prassi burocratica una chiarezza identificativa non solo delle tradizioni legate alla città, ma soprattutto delle motivazioni future che ne regoleranno l’azione sul territorio, insistendo profondamente fin dall’inizio sulla natura sacrale della missione fiumana segnata “da Dio e da Roma”. Alla sua base si collocano non solo la volontà popolare, ma soprattutto il lavoro produttivo, legato alla presenza delle corporazioni, ed una necessaria e comprovata “antica tradizione veneta” della cittadinanza, settarismo giustificato in base all’incombente presenza, nella città e nei suoi dintorni, di comunità slave opportunamente temute per reazioni anti-italiane. Concepita in una visione universalistica ed estetizzante dell’amministrazione statale, la Reggenza (e non Repubblica) si articola in base ad una struttura trinitaria composta dalla presenza dei cittadini, delle corporazioni e dei comuni, le cui azioni vengono indirizzate all’incremento dell’universalità delle conoscenze e delle libertà; e tre sono anche le “fedi” sulle quali la coscienza cittadina avrebbe dovuto basare la propria quotidianità: la bellezza della vita, l’interezza dell’uomo fatto tale dalla libertà, la dignità estetica di ogni lavoro. Tutto ciò, se vissuto appieno, avrebbe ornato il mondo di una bellezza scaturita dalla libera associazione intuitiva delle masse, nella convivialità, tra la fatica e la “professione liberale”, volta alla nobilitazione del rapporto del cittadino con la conoscenza e con lo Stato stesso; d’Annunzio pone dunque le fondamenta dell’estensione, ad un livello istituzionale, del culto della bellezza dalla consuetudine artistica soggettiva al fine unico di tutte le attività, riconoscendo nessun’altra produzione al di là dell’ornamento del mondo attraverso l’attuazione più chiara e sincera dello “sforzo” reso strumento demiurgico. In questi termini, la “fatica-ornamento del mondo” si articola sulla presenza attiva e regolamentata delle organizzazioni lavorative, immagini attualizzate delle corporazioni medievali, e quindi fondate dall’attività non solo prettamente produttiva dei soci, ma anche sulla celebrazione delle proprie ricorrenze e feste, sulla presentazione al pubblico più vasto delle glorie della singola corporazione impresse nel materiale d’oggetto votivo, senza scordare la ritualizzazione del propri morti e dei propri eroi, fatti “belli” dal sacrificio al lavoro; nove furono le corporazioni previste da d’Annunzio, più una decima espressa caratteristicamente dalla mancanza di un referente che non fosse strettamente il popolo nella sua connotazione futura, in accumunanza con la benedizione della Musa dell’energia e trasfigurato nell’accezione più spirituale delle mansioni lavorative, cioè la liberazione dalla mera fatica servile:

 

La decima non ha arte né novero né vocabolo. La sua pienezza è attesa come quella della decima Musa. È riservata alle forze misteriose del popolo in travaglio e in ascendimento. È quasi una figura votiva consacrata al genio ignoto, all’apparizione del genio nuovissimo, alle trasfigurazioni ideali delle opere e dei giorni, alla compiuta liberazione dello spirito sopra l’ànsito penoso e il sudore di sangue. È rappresentata, nel santuario civico, da una lampada ardente che porta inscritta un’antica parola toscana dell’epoca dei Comuni, stupenda allusione a una forma spiritualizzata del lavoro umano: – Fatica senza fatica –.

Espresse nominalmente nella prosa artificiosa del d’Annunzio, le diverse istituzioni della Reggenza assumono le più svariate denominazioni in virtù di una immaginifica trasposizione in chiave moderna degli istituti amministrativi e giuridici propri delle passate realtà comunali, come la Camera dei rappresentanti, espressione più alta del suffragio universale introdotto nella vita politica fiumana e dalmata, che si ammanta del nome di “Consiglio degli Ottimi”, o così come l’organo decisionale in materia di economia e produzione, composto dai rappresentanti delle nove corporazioni maggiorati dalla presenza unicamente escatologica della decima corporazione presieduta dalla decima Musa, si presenta come “Consiglio dei provvisori”; per non parlare di casi forse più prosaici quali il consiglio dei “Giudici del Maleficio” o della “Corte della Ragione”, rispettivamente il Consiglio della Magistratura ed il Parlamento nazionale.
L’istruzione pubblica, l’architettura e la musica si palesavano quali istituti fondamentali e religiosi della nazione; in esse, la sensibilità e la coscienza della popolazione avrebbero avuto la possibilità di forgiare, nella rappresentazione cittadina, tutte le forme d’aggregazione estetizzante, in virtù del connubio tra arte e popolo. Rifugio dalle insidie delle deformazioni delle corruzioni, la cultura è, per d’Annunzio, fondamentalmente romana e dantesca, nel completo rispetto e mimetismo della lingua “come la più alta testimonianza della […] nobiltà originaria”, in base alla quale l’instaurazione di una bellezza pubblica non poteva discostarsi dalla ostensione ed applicazione del modello “ritmico” romano e rinascimentale, per un acquartieramento delle realtà latine in previsione di una esportazione imperialistica delle abitudini imposte dal modello stesso; e proprio l’attuazione quotidiana di tali abitudini, proiettate in una dimensione ciclica tra passato, presente e futuro, era indice della necessità umana alla libertà nella bellezza, riconosciuta però univocamente all’interno di un modello democratico diretto di massa “sindacal-corporativista”, epurato dalla comune rappresentanza parlamentare.