L’Isottèo e la Chimera : un tentativo strumentale di riconciliazione

In grande contraddizione con le immagini fino ad ora proposte nelle composizioni novellistiche, la nascita delle raccolte-poema intitolate l’Isottèo (reimpostazione e revisione dell’Isaotta Guttadauro), titolo prezioso, enigmatico e preraffaellitico, vagamente allusivo agli stilemi del mondo cavalleresco del ciclo arturiano, e La Chimera, riportarono l’attenzione verso altri versanti, decisamente maggiormente votati ad un estetismo onnicomprensivo e totalizzante mirante alla pura ricerca estetica, a mio modesto parere di un certo interesse anche per quanto riguarda la visione del popolo e della sua azione sociale; una diversissima sperimentazione nei temi, e soprattutto nelle scelte formali, portarono il poeta all’eliminazione sistematica di quasi tutto quel patrimonio di eredità autobiografica idealizzata, così immensamente presente e caratterizzante nella produzione più giovanile, impegnandosi solo nel “vagheggiamento nostalgico di una idealizzata società cortese, intenta in giochi spirituali di edonismo amoroso e in raffinati incontri sociali sullo sfondo di una immaginaria scenografia naturale” modellata ad arte, in cui l’intérieur borghese poteva trovare la sua aureola di prestigio, non dimenticandosi, realisticamente ed in modo paradossalmente anti-estetizzante, di inserire quel tema-presagio della “gran legge de’l Tempo” attraverso cui ogni vanità ed ogni bellezza e possesso contempla, nell’attimo in cui si rende manifesta, così come nel suo perdurare nel tempo, la propria fugacità inneggiata ed esaltata da quel lamento funereo sul “triste inganno” immutabile dell’amore:

[…] – Tutto al mondo è vano.
Ne l’amore ogni dolcezza ! –

Così contrapponendo alla presunta volgarità delle realtà borghese e plebea, come aveva reagito nelle novelle con un esplicito disprezzo, il “miraggio lucido delle sue decorazioni aristocratiche”, promuovendo e ricercando, quale magister elegantiarum della Roma mondana (e con un innegabile tocco di presunzione-disprezzo, grazie agli esempi superiori di un’immaginaria aristocrazia fondamentalmente formata da membri eletti di spirito, corpo e d’intelletto), la sublimazione e la nobilitazione di tutti i comportamenti concreti del pubblico a cui si rivolgeva, utilizzando quel chiaro e più che ben preciso atteggiamento del rifiuto del presente “grazie al bene–rifugio garantito dal passato e da una rassicurante letterarietà.”106
I cavalieri e le dame si apprestavano così con grazia a condurre danze e carole lungo i fiumi, muovendosi nel ritmo di musiche antiche e fiabesche:
Venivan quindi per eguali torme
di sette; e digradando in lungo ad arte
imitare volean l’ìmpari forme
de’l flauto che il dio Pan […]

Come le canne, l’agili persone
tutte vibravano, a la danza intese […].

Oppure si rincorrevano in idilliache cavalcate nel bosco, “movimenti sensualmente alleggeriti in cui era definitivamente sublimato e aristocratizzato l’antico motivo della caccia erotica” ed anche coloro che naturalmente sarebbero dovuti apparire esclusi dai gioiosi intrattenimenti signorili, coloro che, come messi, valletti, donne di servizio, contadini, in una poetica impregnata da quel novello superomismo sprezzante avrebbero dovuto prestare la propria persona alle ingiurie ed alle allusioni animalizzanti di chi si rapporta all’“elettività”, nobilmente s’acquietavano su fulgidi tappeti all’udire e al bearsi di bei componimenti e serventesi, ideologicamente purificati e gioiosi da qualsiasi carattere anche vagamente ripugnante o portatore di devianza e bestialità, al medesimo modo della famiglia di villici che, scorgendo, durante una passeggiata, la coppia “sovrumana”,
[…] sorgendo dal lavoro
ci guardava con alta meraviglia;
e le fanciulle interrompeano il coro.
Venendo innanzi con giulivo ardire
una gridò : – Che mai cerchi, o bel sire?
[…].

Rimanendo pur sempre a dovuta distanza di rispetto-divieto dall’indiscutibile luogo di pura beatitudine accogliente la donna, suprema Isaotta, domina sensualitatis, e l’eletto che a lei si avvicina con grande timore reverenziale e seduzione.
Ma ancora più convincenti ed interessanti risulteranno certe composizioni, certi quadri rusticani degli anni 1883 e 1884, che d’Annunzio farà confluire nella sezione de La Chimera intitolata Rurali, fortemente improntati ancora da una retorica di influenza carducciana d’esaltazione dei valori sacri della terra e dei suoi coltivatori, dove la decantazione quasi mitica e paganeggiante dell’olivo divino coincide con l’immagine, al tempo stesso consolante e struggente, del lieto coro che si appresta “ai gravi offici de l’agricoltura”, o alla visione antica e rituale della falciatura del grano effettuata da “diecimila braccia umane” (e non zampe simili a quelle di bestia o d’insetto), grano che produce fatica e spossatezza alla quale lietamente (e non come un bue e per rassegnato bisogno) l’uomo

piega la forza de le membra sane,
però che ride in cima de le spiche
a l’uom l’augurio de’l futuro pane.

La pazienza e la speranza (materne), oramai sono le virtù che confortano le membra di questi “lottatori” non più reietti, ma pienamente fermi, sempre per scelta dannunziana da molti criticata come una falsa e maliziosa strategia della mistificazione, nella propria dignità umana. Ed i garzoni che si apprestano nei pascoli a guidare le greggi non sono già più, come Tulespre, sottoposti all’incontrastabile azione istintuale del loro animale interiore, ma paiono di valida bravura e di composta e fiera umanità e semplicità; e come gli adulti che spargono sui campi le sementi, addirittura elevati ad una similititudine con l’ambito sacerdotale in virtù della maestosità dei loro gesti nel gettare il seme e nel pregare Iddio, o al pari del bifolco che alla tavola del suo ristoro, osserva la bianca neve non più portatrice di morte come nella novella Toto di Terra vergine, ma attesa messaggera del pane futuro e del vino da poco ottenuto: “dal cuor la speme e dal bicchiere/sorride la primizia del vino”. Quadretti rurali, quindi, indubbiamente conditi da un senso stereotipato e vagamente populista della realtà popolare come per le figure in Primo Vere ed in Canto novo, reimpostate, così come tutta la raccolta, al fine di invocare e di procedere in una sorta di itinerario dell’anima verso la purificazione, sboccando al termine del viaggio nel paradiso “sacralizzato dei valori rurali, o perfino nel porto sereno degli affetti famigliari.”