Moglie del Vate

Gabriele d’Annunzio – I primi anni di matrimonio

Maria disse, molti anni dopo ad Andrè Germain, che con D’Annunzio aveva vissuto i primi tre anni da sogno. Probabilmente il limite fu l’incontro con Barbara Leoni, i cui dettagli raccontiamo in un altro articolo. In mezzo c’è la fugace storia con Olga Ossani che, però, non eccessivo peso ebbe sui sentimenti di D’Annunzio.
Ma torniamo al 28 luglio 1883.
Gli sposi trascorsero la loro luna di miele a Porto S. Giorgio. Di lì si spostarono a Pescara, dove Maria venne presentata ai D’Annunzio. I genitori di Gabriele si erano mostrati indifferenti alla scelta del figlio. Don Francesco Paolo, largamente distratto dalla sua concubina e dalla affannosa ricerca di denaro, era forse preoccupato per l’avvenire della nuova famiglia, vista la giovane età dei ragazzi, ma era fiducioso ad oltranza verso il suo primogenito maschio, di cui, unico, aveva predestinato il grande avvenire e ne aveva promosso tutti gli sforzi. Purtroppo egli aveva già avviato irreversibilmente, quel processo cosciente di distruzione e dissoluzione che condurrà la famiglia in un disastro e tutti – Gabriele compreso – ne erano a conoscenza.
Forse sperando che il tempo attenuasse le ire del Duca e salvaguardando Maria dalle malignità della Capitale, ma più verosimilmente per evitare i creditori romani che, capeggiati dal capocameriere Checco Gentiletti, già braccavano Gabriele, gli sposi trascorsero in Abruzzo un lungo imeneo a prudente distanza da quel mondo che avevano così pesantemente scosso.
Posto che la casa paterna, a Pescara, era sempre affollata da parenti e familiari e che vi era scarsa possibilità di una intimità, i due si trasferirono presso la Villa del Fuoco. Era questo un possedimento immobiliare dei D’Annunzio che costituiva un discreto vanto. La Villa colonica, con degli assurdi re di pietra sulle terrazze, che dovettero almeno far sorridere Maria al pensiero di confrontarli con le magnifiche statue di palazzo Altemps, aveva un vasto terreno coltivato in gran parte a vigneto. Oggi se ne è persa ogni traccia, poiché venne distrutta da un bombardamento durante la Seconda Guerra Mondiale, ma secondo le ricerche dei biografi, dove essere ubicata poco dopo Pescara sulla via Tiburtina al numero 100. Gabriele aveva di essa struggenti ricordi della sua infanzia e suo padre vi si ritirò con l’ultima amante, dalla quale ebbe anche dei figli, quando non fu più possibile restare a Pescara. A seguito del dissesto di Francesco Paolo D’Annunzio, e dopo la sua morte, venne venduta all’asta.
Gli sposi dunque trascorsero tutto l’autunno e parte dell’inverno del 1883 presso la Villa del Fuoco. Gabriele mantenne i contatti con gli amici romani e con le redazioni dei suoi giornali, mentre Maria riceveva solo notizie da sua madre, preoccupata di non esserle vicino nell’imminenza del parto.
Il 13 gennaio, a Pescara, nasceva il figlio del “peccato di maggio”, cui il padre impose il nome di Mario. La famiglia così formata restò a Pescara per quasi tutto il 1884. D’Annunzio trascorreva ore liete con i suoi amici di sempre, quelli che si stringevano intorno al pittore Francesco Paolo Michetti, il musicista Tosti, lo scultore Barbella e gli scrittori Scarfoglio e Serao, un cenacolo provinciale di lettere ed arti, ma il segnale era giunto ed era ora di rientrare finalmente a Roma.
La duchessa Natalia non si era mai rassegnata a perdere sua figlia ed, inviduato nel motivo economico, la causa del distacco da Roma dei D’Annunzio, brigò per far ottenere un buon posto al genero. Il principe Maffeo Sciarra Colonna, di lei amico, proprietario de la “Tribuna”, offrì a Gabriele l’incarico di redattore del giornale. Fu così che in novembre, Gabriele, Maria ed il piccolo Mario andarono ad abitare al numero 10 di via XX Settembre, con gran soddisfazione della Duchessa che ora poteva occuparsi della figlia e del nipote. Il Duca, invece non aveva dimanticato ed aveva interrotto tutti i rapporti con la figlia e quindi con la moglie, di cui era, nei fatti, separato, provocando così in lei, maggior attaccamento a Maria.
Il successo giornalistico di D’Annunzio, in quel periodo appartiene alle cronache. Nella redazione del “Capitan Fracassa” aveva conosciuto la giornalista napoletana Olga Ossani e vi aveva intrecciato una relazione, la prima dopo il matrimonio. Questo unito al fatto di seguire molte collaborazioni in varie testate, contribuì sempre di più a tenerlo lontano da casa e l’armonia familiare cominciò a risentirne.
Nell’estate del 1885 i D’Annunzio furono ancora a Pescara, ma all’inizio dell’autunno Gabriele e Maria tornarono a Roma per trasferirsi in un nuovo appartamento, lasciando il piccolo Mario a Pescara. La nuova casa era in via delle Quattro Fontane 159, “una casa per galline”, come lei ebbe modo di scrivere alla suocera. Lui non se ne curava; preso dal vortice dei suoi impegni giornalistici, seguiva l’evoluzione del gruppo editoriale del principe Sciarra, che gli affidò la direzione della “Cronaca Bizantina”. Nume tutelare della famiglia, lo Sciarra era colui che manteneva, di fatto, i D’Annunzio e le maldicenze cominciarono a fiorire. Mentre Gabriele aumentava i suoi debiti, inseguendo uno stile di vita ed uno status che assolutamente non poteva mantenere, si diceva che il principe fosse innamorato di Maria e che, solo per lei, spingeva D’Annunzio nella carriera.
Quando usci in cinque puntate sul “Corriere di Roma” diretto da Edoardo Scarfoglio, la parodia della raccolta di poesie di Gabriele intitolata “Isaotta Guttadauro”, la misura fu colma. Scarfoglio aveva pubblicato una beffarda e maligna presa in giro dell’opera del suo amico e conterraneo, intitolandola “ Risaotto al pomidauro”, firmandola per giunta “ Raphaele Panunzio”. In essa si prendevano in giro tutte le ricercatezze ed i ripeschi eruditissimi di D’Annunzio che sembravano oggettivamente, far da schermo alle pochezze dell’opera, ma – soprattutto – si faceva riferimento ai rapporti tra Maria e il Principe Sciarra; rapporti di cui Gabriele, raccoglieva i frutti. Queto provocò un duello tra i due amici e D’Annunzio lo ricordò commosso, più di quarant’anni dopo nel “Libro Segreto”.
La sig.ra D’Annunzio, intanto il 10 aprile 1886 dava alla luce il secondo figlio, cui venne imposto, secondo la tradizione abruzzese, il nome del padre, Gabriele Maria, giusto per distinguerlo, anche se per tutta la sua vita venne appellato Gabriellino. Il bimbo, appena nato venne dato a balia e spedito ad Olevano Romano con la scusa di fortificarne il fisico, mercè l’aria buona dei Castelli, quell’area di campagna intorno alla Capitale. In realtà né Gabriele, né Maria avevano tempo da dedicare al piccolo nato. Ed in questo si compì il destino di tutti i figli, perché sia il padre, che la madre, ben poco si preoccuparono della loro prole, se non per denunciarne, una volta adulti, le manchevolezze.
Ormai a Maria, del matrimonio non rimaneva che l’amaro. I debiti sommergevano la famiglia e non c’era verso di arginarne il dilagare. Ovvero ci sarebbe certamente stato se solo Gabriele avesse smesso di vivere in una dimensione che non gli apparteneva, ma egli, ben lungi dal prendersi quelle responsabilità che gli competevano, continuava un’esistenza di lusso e privilegi, senza averne i mezzi. Disprezzava la condotta del padre e si faceva paladino della sua famiglia prendendone le difese contro il dilagare del dissoltismo dell’odiato genitore, ma se solo fosse stato onesto con sè stesso si sarebbe accorto senza sforzo che egli, a Roma, faceva lo stesso.
Maria ora rimpiangeva di non aver dato ascolto al padre e soffriva di quel distacco che l’astioso Duca, ostinatamente le opponeva, facendole mancare i mezzi di sustentamento adeguati al suo rango.
Il 1887 vedeva nascere la passione di Gabriele per Barbara Leoni che è narrata in un altro articolo e Maria venne esclusa da una vita futura felice. Il 22 settmebre diede alla luce il terzo ed ultimo figlio. Il marito era a Venezia dove aveva terminato la crociera iniziata con il Lady Clara del suo amico De Bosis. Ne fu avvertito per telegramma, cui rispose indicando un numero di nomi da dare al nascituro, senza soverchio impegno per questo bambino che rimase poi il più distaccato dei tre. Gli vennero imposti i nomi di Ugo Veniero, il primo per scelta materna, il secondo per preferenza del padre che intendeva omaggiare il grande comandante Sebastiano Venier e la città lagunare che lo ospitava.
Ma nemmeno l’ultima maternità regalò pace e serentità a Maria. Il 6 giugno 1890, stanca e delusa tentò il suicidio. Si gettò dalla finestra del suo appartamento di via Piemonte in Roma; l’altezza non era molta e l’unica conseguenza furono delle lesioni guaribili in tre settimane. D’Annunzio e la Leoni pensarono ad un gesto più eclatante che ad un convincimento concreto, visto che la finestra si trovava al piano rialzato e che quindi ben difficilmente Maria avrebbe potuto trovare la morte in quel modesto salto. Le motivazioni furono poi rese note diversamente dai protagonisti. Barbara Leoni parlando con Mario Guabello nel 1935 rivelò che il gesto insano di Maria sarebbe stato conseguenza di aspri rimproveri di Gabriele, che accusava la moglie di accettare la corte del giornalista Vincenzo Morello. Anche qui bisogna immaginare con quale coraggio D’Annunzio, in piena relazione nemmeno clandestina, con la Leoni, potesse ergersi a moralista dei costumi della moglie, già di fatto abbandonata. Diversa invece e più toccante la versione di Maria data al biografo Gugliemo Gatti negli anni del tramonto. Ella passeggiava in strada tendendo per mano il figlio Veniero, quando casualmente vide il padre. Pensò di mandare il piccolo incontro al nonno per favorire una riconciliazione e quindi abbracciare suo padre dopo tanto tempo di ostinato silenzio. Il Duca Jules mantenendo il suo ostracismo le rispose respingendola: “ chi siete? Non vi conosco” e se ne andò via. Maria sconvolta da quella reazione tornò a casa, affidò il piccolo Veniero a sua madre, che abitava nello stesso stabile, e rientrata nel suo appartamento si gettò dalla finestra. “Il Messaggero” riportando la notizia, il giorno dopo l’evento, parlò di una caduta accidentale e con una pietosa bugia coprì lo scandalo.

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