L’avvento della phonè discriminante: Il Fuoco

Sempre ossessionato dalla presenza mostruosa della Folla “nera e densa”, ma motivato da un differente tipo di rapporto-dominio con essa, il personaggio-specchio dannunziano, protagonista del romanzo intitolato Il Fuoco, si troverà a far fronte alla necessità, dettata questa volta dal suo ideale artistico d’un teatro epico totale “incline alle suggestioni neoplatoniche e schopenhaueriane di un’Arte che trasfigura ‘le persone e le cose reintegrate nella pienezza del loro essere’”, ed ispirato dalla tradizione della tragedia greca e dall’immenso lavoro wagneriano, di reperire il modo più appropriato per educare e trascinare quella massa chimerica di genti al fine ultimo della catarsi collettiva agli ideali di epico rinnovamento civile e sociale, incitato dall’esortazione prima ricevuta dall’amante superfemmina:

Non sentite già che la folla è disposta a ricevere la vostra rivelazione?

Pensato fin dal 1896 come un “dramma di passione” calato all’interno di diversi panorami urbani e regionali d’Italia, venne terminato e dato alle stampe solamente nel 1900, nazionalmente consacrato dall’appellativo di livre national datogli dal d’Annunzio stesso, in contemporanea alla Beata Riva di Angelo Conti, con un’ambientazione relegata alla sola realtà veneziana ed a poche e limitate ulteriori collocazioni, ed incentrato principalmente sulla vicenda del rapporto alquanto movimentato tra il giovane poeta superomista Stelio Effrena, un Gabriele d’Annunzio donatosi totalmente alla speculazione drammaturgica e giovane “Maestro del Fuoco” capace di incendiare le masse con la sua parola esaltante e di infiammare di sé il mondo, e l’attrice oramai sfiorata dal decadimento fisico soprannominata la Foscarina, immagine letteraria della grande attrice Eleonora Duse.
Giudicato dalla critica in termini estremamente contraddittori, venne definito da Henry James sulle pagine della Quarterly Review come un “puro esercizio di stile […] che non dà origine a nulla, ma cattura e affascina”, ma fu contrariamente considerato dal doctor mysticus Angelo Conti, filosofo (seppur criticato da Paolo d’Angelo nel suo volume Estetismo proprio relativamente a questa sua caratteristica intellettuale) dell’estetismo italiano, come un “poema religioso” dominato dall’“essenza misteriosa ed eterna” della natura. Libro politico, romanzo-manifesto e punto di convergenza di molteplici tensioni tra i motivi tipici della poetica dannunziana del disfacimento e della vittoria sulla materia [“(…) Io sono vivo; e la mia sensibilità è così vigile che il più piccolo soffio ha in me una ripercussione profonda (…). Mi sento vivo e mi sembra che i diritti della vita sieno incontestabili e inabolibili”] , del silenzio e della stanchezza intellettuale, si propose inoltre come “compendio monumentale del Superuomo, ora vittorioso, e delle tappe che ne avevano garantito il trionfo”; in grado oramai di imporre la propria “favola bella” grazie alla vitalità immaginifica, artistica ed artificiosa confluita in sé dall’attuata mutazione attraverso l’Ideale civile d’una rinnovata società latina, Stelio si proponeva-imponeva ad bestias, alle genti, nella veste totalmente egolatrica di oratore-dominatore della “Folla-Chimera”, e del ribrezzo che da essa si dipanava nell’animo del giovane:

[…] l’immagine del mostro formidabile dagli innumerevoli volti umani gli riapparve tra l’oro e la porpora cupa dell’aula immensa, ed egli ne presentì su la sua persona lo sguardo fisso e l’alito estuoso, e misurò d’un tratto il pericolo ch’egli era deliberato d’affrontare affidandosi alla sola ispirazione momentanea, e provò l’orrore dell’improvvisa oscurità mentale, della repentina vertigine.

Scoprendovi persino una componente femminile, per lui necessaria al fine d’infervorare la sua capacità seduttiva, nella previsione di un abbandono pseudo-unificatorio con l’anima del mostro collettivo in estatico consenso, unico e vero destinatario del messaggio purificatorio dell’opera teatrale effreniana:

[…] la vasta vita animale, cieca di pensiero innanzi a colui che solo in quell’ora doveva pensare, dotata di quel fascino inerte che è negli idoli enigmatici, coperta dal suo proprio silenzio come da uno scudo capace di raccogliere e di respingere ogni vibrazione, aspettava il primo fremito dalla parola dominatrice.71

Pensata e progettata come rito iniziatico comunitario, dove tutte le miserie e mediocrità della vita quotidiana venissero evocate e purificate nell’esposizione collettiva alla tragedia nuova negante “il tempo e le sue leggi inesorabili, l’Arte si poneva sotto la forma intelligibile di una “metafisica pratica”73 attuata sulla scena e proiettata verso “la ricerca di una incorruttibile immortalità artistica” concretizzata dalla potenza isolatrice dello Stile, di una attività superiore ed inviolabile investita dalla legittimazione non solo artistica, ma “religiosa e politica”, e propriamente indirizzata verso la possibilità d’una generale pacificazione sociale, dell’“esaltazione cosmogonica dell’unione universale”, vera fortuna della Nazione futura nella quale la Bellezza ne sarebbe divenuta addirittura l’inseparabile figlia; figlia non solo della Nazione passata e futura, ma anche ispiratrice di quel concetto di “cenacolo-arengo” che proprio in questo frangente della produzione dannunziana, influenzato dalle affermazioni nicciane e di autori quali Carlyle e Barrès, vedrà la sua nascita all’esistenza letteraria e sociale, e troverà la sua massima forma di maturazione nella manifestazione e nell’esperienza bellica e fiumana dell’impegno politico e letterario futuro del poeta:

[…] a quanti gli stavano da presso e lo amavano era facile ricevere a traverso il cristallo della sua parola il calore della sua anima appassionata e veemente.

Così come:

I devoti assistevano con una commozione profonda a quella prova audace, quasi che essi avessero dinanzi a loro svelato il lavorio misterioso ond’eran sorte le forme da cui avevan ricevuto tanti doni di gioia. E quel moto iniziale, diffuso per contagio, indefinitamente moltiplicato nel numero e divenuto unanime, si ripercosse in colui che l’aveva prodotto; parve sopraffarlo.

Circondato, come un velleitario Messia, da un ristretto numero di fedelissimi, eletti da lui stesso al dono dell’iniziazione alla “parola alta”, che sola sa muovere e guidare le forze interiori degli individui e che “non assorbe solo in sé […] l’anima delle cose […], ma vuole farsi pittura, […] tramite indispensabile per ‘tradurre’ il reale, sino alla trasfigurazione”, Stelio Effrena muterà la propria condizione d’autore, meramente legato alla produzione letteraria ed artistica, nella figura efestèa, sorretta dal vitalismo giovanile che la pervadeva, dell’artista-demiurgo, dell’artefice sublime di belle lettere e di belle società, dell’uomo d’intelletto e d’azione, giungendo a piegare al proprio volere, ed al volere dell’Arte nuova e totale, le sterili elaborazioni di tutti coloro che compongono il panorama umano attorno a lui dipanato, ambendo alla perfezione stilistica ed estetica riproposta in terra latina attraverso quel “sogno di bellezza dominatrice” propria delle produzioni di Eschilo e del “grande barbaro” Wagner, astutamente evocato con strumentale dolore e superato attraverso la morte, producendo persino il progetto d’una sede stabile sul Gianicolo, tempio carnale dell’unico éidolon degno di lode, il corpo umano, ove inscenare le manifestazioni purificatorie di danza, musica e parola.
La comunione con la Folla, questa era quindi la disciplina attraverso la quale si poteva raggiungere quell’ignoto potere che aboliva i vincoli della limitatezza individuale e dava alla voce solitaria “la pienezza d’un coro”, la sommità del dono dell’oblìo donata agli uomini dal culto della Bellezza che rendeva essi in grado di “creare con gioia” non solo l’Arte più alta e sublime, ma anche la propria esistenza connaturata al principio generativo dell’Arte stessa, riassumente in sé tutte le forze latenti della sostanza ereditaria della nazione; infatti, come avvertiva Daniele Glàuro :

– Soltanto l’arte può ricondurre gli uomini all’unità.

Un’unità di intenti e di doveri, di magnificenze e di esaltazioni al suono della voce vibrante del demiurgo convinto di poter dare origine a tutte le più stravaganti e superbe artificiosità attraverso quell’ora immortale di connubio con il mezzo della sua futura vittoria: la “Folla dominata”. E sarà pertanto, secondo Piero Buscaroli, proprio la maturazione delle idee del Fuoco a caratterizzare il “rivolgimento estetico e politico che farà del romanziere un banditore di guerra e condottiero”; infatti, ad un artista (e sociologo senza scrupoli) del calibro di d’Annunzio, la comunicazione con le masse sconosciute poteva verificarsi, come sarà ne La Gloria e durante i comizi interventisti, solo in un ambito urbano, essendo città e massa i fondamenti attorno i quali si sviluppa l’annuncio d’“avanguardia”:

La conoscenza dell’idea si sviluppò sempre – e soltanto – là dove molti uomini erano adunati, là dove ferveva la lotta e si moltiplicavano gli sforzi. […] L’idea seminata in un giornale, più che nel libro, o prima o poi germina e produce frutto. […] la passione ha un’efficacia straordinaria sulla massa popolare. Tutti i sostenitori appassionati di un’idea emanano una forza suggestiva più cattivante di qualunque sofisma. […] Conviene dunque all’artista moderno immergersi di tratto in tratto nelle medie correnti vitali […] con l’anima collettiva per sentire la tendenza oscura ma incessante e inarrestabile, – se egli aspira a divenire l’interprete e il messaggero del suo tempo.

In questa ideologizzata dimensione del popolo, si mantenevano però nuovamente evidenziati, grazie alla mediazione intellettuale e critica di Cantelmo, coloro che, rappresentanti di stirpi popolane (caratterizzate dalla parlata dialettale in confronto all’italiano colto e ricercato utilizzato dal protagonista) ma eruditi dal contatto con l’essenza dell’Arte e con l’artificiosità della creazione artistica, si ponevano in figure differenziate dalle masse; sarà, per fare un esempio tra i più caratterizzanti, il maestro vetraio muranense della famiglia dei Seguso, conoscitore per tradizione di tutti i segreti dell’arte della modulazione del vetro, di cui Stelio ebbe a dire:
– Un Seguso?- esclamò Stelio Effrena chinandosi vivacemente verso il mingherlino per guardarlo bene in faccia – della gran famiglia dei vetrai? puro? della buona razza?[…] : – Un principe, dunque. […] Pareva escito da una tavola di Bartolomeo Vivarini, fratello d’uno di quei fedeli che stanno in ginocchio sotto il manto della Vergine in Santa Maria Formosa: curvo, scarno, asciutto, come affinato dal fuoco, fragile come se la sua pelle coprisse un’ossatura di vetro, con cernecchi grigi e radi, con un naso affilato e rigido, con un mento aguzzo, […] con due mani pieghevoli […] arrossate da cicatrici di bruciature, forme espressive di destrezza e di esattezza […].