La Caduta degli Eroi, e la speranza nella “nuova arma”: Forse che sì, forse che no

Il congedo definitivo della figura del superuomo dalla forma letteraria del romanzo e dalla letteratura direttamente ispirata alla suggestione nietzschiana, avvenne con la presentazione, nel 1910, della fatica dannunziana recante un titolo alquanto contraddittorio e testimone del recente travaglio intellettuale e spirituale che l’immagine della realtà superomistica stava affrontando nella visione del d’Annunzio : Forse che sì, forse che no. La subentrata perdita, e le conseguenti mancanze e stanchezze di una vera unità ideologica che andasse al di là della mera prassi compositrice estetizzante, fece sì che l’impianto superomistico in cui il protagonista maschile, Paolo Tarsis aviatore, si riconosceva, divenisse null’altro che una debole manifestazione di desiderio d’evasione e d’immutabile impotenza nella realizzazione di essa attraverso l’utilizzo di nuove tecnologie “moderne”, un sottofondo di costante precarietà nella quale la semplicità nello “smascherare la presunzione di dominio o almeno il sottofondo del proprio isolamento individuale” appariva quale operazione decisamente facile. Non più portatore di parametri ideologici attraverso i quali misurare la distanza intercorrente tra esso e il resto della “folla urlante, pallida di facce ed irta di mani”, il rapporto tra il superuomo, conquistato irrimediabilmente dalle proprie limitazioni, e le genti, si manifestava oramai soltanto quale tentativo di esaltazione e di soddisfacimento circesco e virtuosistico dei desideri di emozioni forti ricercate dalla foll5aattraverso la gestione vitalistica della corporeità impegnata nelle evoluzioni a bassa quota nei cieli gremiti da quella nuova schiatta di piccola aristocrazia, la quale si andava formando “dall’accozzaglia della novissima gente volatrice”, esaltandola quindi soltanto “entro i limiti temporali della competizione sportiva”:

La folla iterava il clamore inebriandosi a quel gioco grazioso e terribile, a quella gara di eleganza e di ardire, a quella disfida allegra tra due volatori della medesima specie. […] apparvero entrambi inseguendosi come due cicogne prima della cova, librate su le lunghe ali rettilinee; […] suscitati dall’esempio, altri si lanciarono, altri si levarono […]. Tutte le forze del sogno gonfiavano il cuore dei Terrestri rivolti all’Assunzione dell’Uomo. L’anima immensa aveva valicato il secolo, accelerato il tempo, profondato la vista nel futuro, inaugurato la novissima età. Il cielo era divenuto il suo terzo regno […].

Questa esasperante ricerca impegnava il protagonista “soprattutto alla logica dello sfogo fisico […] di massacranti avventure in terre esotiche, in cui sfidare il gusto del pericolo, o soprattutto della gara sportiva, in cui spettacolarizzare il proprio agonismo”, momento assoluto di Bellezza nell’atto creativo del conferimento della potenza esteriorizzante dal motore alla macchina.
Il romanzo si pone quindi come manifesto di una nuova concezione della figura superomista legata indissolubilmente alle nuove tecnologie che in quegli anni iniziavano a muovere i primi passi; la macchina, e non solo sotto forma di velivolo come strumento del connubio tra cielo e terra, diviene cardine fondamentale della liberazione da tutto ciò che detiene la forza della tradizione e della naturalità legata alle cose della terra:

Un grido involontario le sfuggì quando una rondine urtò contro i bugni del radiatore camuso uccidendosi. […] fu scossa dalla violenza dello sterzo, udì gli urli dei bovari e un muggito lugubre come se la macchina micidiale passasse sopra le bestie stritolate.

La macchina come fonte di velocità inarrestabile del progresso, figura del trionfo “modernolatrico” ed “egolatrico” del “centauro sul cervo”, sopra alle realtà rurali contro le quali schiantarsi sfruttando le nuove velocità anticipatrici dei tempi, lasciando dietro a sé unicamente della polvere alzata dalla strada; appendice meccanica della corporeità del nuovo eroe, rivelantesi fondamentalmente solo come strumento “di uno spericolato individualismo muscolare, mostro dominatore dello stesso suo costruttore ma destinata alla deludente nullità del proprio agire e del proprio essere, nonché ad una fisica e metaforica perdita nel confronto finale con la natura:

Il furore gonfiò il petto dell’uomo chino sul volante della sua rossa macchina precipitosa, che correva l’antica strada romana con un rombo guerresco simile al rullo d’un vasto tamburo metallico. […] Con la destra il furibondo afferrò la leva, accelerò la corsa come nell’ardore di una gara mortale, sentì pulsare nel proprio cuore la violenza del congegno esatto […].

Riconobbe la macchina di Maffeo della Genga, carica di donne velate. […] da prima gli fu dato il meccanico perché col suo facesse un ultimo tentativo. […] Ripartirono lasciando su la strada la carcassa inanimata. Dal Covigliaio mandarono buoi a tirarla.

Accanto ad una manifestazione di nobiltà decaduta, per certi versi mostruosa, come la presenza della triade dei fratelli Inghirami e le case in decadenza tra giardini desolati e pareti sbrecciate, attraverso le polveri anziane sui quadri alle pareti e sopra agli arazzi, il procedere della ricerca di liberazione ricolma del senso di solitudine schifiltosa nei confronti non solo del mondo rurale, ma anche dalla contaminazione avvertita come follemente presente delle realtà nobiliari di famiglie giunte al termine della ciclicità virtuosa, si identifica nella inevitabile fuga da ogni inflessione di imborghesimento e di regressione all’accettazione delle follie quotidiane, dovute alle “marcescente” morali e fisiche delle medesime stirpi oramai non più consce delle proprie forze; così come, dalla “divina bestialità” femminile che in Isabella Inghirami, tale marciume si palesa quale costante fonte di paralisi per un eroismo che, come quello dannunziano, “[…] aveva affidato alla divinizzazione dell’istinto e dell’attimo il segreto del proprio trionfo”. Una visione insopportabile per quel “re barbaro” che “col viso coperto da una dura visiera, come un guerriero”, viveva inesorabilmente per il raggiungimento ed il superamento di un albero in fondo alla via, di una casetta situata su un colle, del paracarro all’angolo, di un’ombra, lasciando dietro a sé soltanto il “tragico nulla dell’inanità di ogni cosa terrena”
La donna e la corona di fratelli che la attorniava, immagini di claustrofobia e carcerazione, recavano sì quel sottile senso dell’ “infinito gorgo” del vivere, esercitando sul Tarsis non solo il medesimo sortilegio che già le figure dei fratelli di Rebursa adducevano con più dignità al Cantelmo, in termini decisamente più ideali e superomistici, ma diversamente ricolmo di suggestioni angosciose escludenti alcun tipo di sublimazione al mondo del dominio nuovo che le tecnologie proponevano, con assiduità, all’intelletto, ed alla vitalità sensualistica del superuomo; “vasta metafora […] della prigione del vivere”, dove una stanza “per l’amore” valeva la comunanza con l’ambiente d’inumana e soffocante “caverna”. La follia, quindi, non più però portatrice del fascino della veggenza divinatoria, ma solo di devastazione e di disagio suicida; appare così elemento di coesione tra le genti che ad essa si destinano poiché condannate da un “intruso usurpatore” all’ergastolo della demenza, ed alla progressiva mutazione in fiere incarcerate costantemente aggiratesi “tra muro e muro” e “tra finestra e porta”.