Il mirto e il lauro : le Laudi del mare, del cielo, della terra e degli eroi

In ambito poetico, il periodo Superumano recò con sé, oltre a tutti i temi estesi nella produzione prosaica, un momento di rielaborazione degli stessi e di nuova progettualità estetica e civile. Elevando il proprio canto in Laude o, nella definizione di Annamaria Andreoli, liricamente laus mei come “espressione del sentimento nei confronti di chi lo escluse dalle leve del comando”, Gabriele d’Annunzio si impegnò alla formulazione di un percorso letterario, ciclico e vasto, volto all’esaltazione celebrativa e liturgico-politica del mare, del cielo, della terra e degli eroi intesi logicamente sotto l’ombra dello scontro attivo con le limitazioni fisiologiche (e politiche) della natura umana, nella pienezza del connubio istintuale e purificatore con gli elementi naturali che, come un “monumentale compendio ora rassicurato dalle certezze superumane”, nonché nella piena consapevolezza del dominio obbligato su ogni natura mondana e spirituale tramite il canto della nascente industrializzazione e di un estetismo “nutrito di scienza”, potesse dare sfogo all’epifania di una coscienza politicamente attiva del popolo ed alla sperata parusìa di un’antica e perduta Bellezza del mondo ellenico e latino, l’uno precursore dell’altro, comparativamente all’“esemplarità dell’eroe, della gloria e del mito”. I germi tematici di questa tendenza si ebbero in tre occasioni giornalistiche e letterarie testimonianti il nascente interesse dannunziano per le realtà belliche e votive: gli articoli dell’Armata d’Italia, la riscrittura, nel , del volume già “grecamente” composto, ma maggiorato nelle sue connotazioni “mediterranee”, Canto Novo, e le composizioni raccolte nel tomo intitolato Odi navali. In seguito ad una crociera in mare terminata con un naufragio ed un salvataggio da parte della Regia Nave Barbarigo, Gabriele d’Annunzio si cimentò, in un momento di esaltazione superomista ante litteram, nell’analisi delle problematiche tecniche e logistiche relative alla Marina da guerra nazionale, pubblicando sulla Tribuna quelle famosissime prose giornalistiche intitolate l’Armata d’Italia, e manifestando attraverso esse un atteggiamento di chiara euforia patriottica e di latente antiparlamentarismo, volendo soprattutto manifestare, con quei nuovi interessi esulanti dalla realtà mondana della Roma umbertina, la volontà di liberarsi dalle strettoie del poeta mero, dell’eterno “prosodista parnassiano”. Portando nello studio delle cose navali lo stesso spirito necessario al fine dell’analisi di un fenomeno d’arte, d’Annunzio “trebbiò” a tempo debito tutta la massa di informazioni raccolte nel suo breve viaggio di ritorno, evidenziando, tra le righe profuse di dettagliati resoconti di nozioni marinaresche, le invettive relative alla situazione precaria della Marina nazionale. Prime manifestazioni di quel culto, estetizzante e ricolmo di gloria manipolata, degli eroi e della bella morte sul campo di battaglia, i quali saranno lievito solenne per tutta la cultualizzazione del mito della Nazione e del popolo rinnovato propria della produzione letteraria successiva al “periodo della bontà”, richiamando nuovamente alla vita, ma principalmente per esaltarne l’eroica morte, quei quattrocento marinai caduti nelle profondità del mare, mutati da semplice e rozzo popolo a eroi della nazione, insieme al proprio capitano Faa di Bruno, nel frangente di quel “fatto” di Lissa quando il Re d’Italia s’inabissò:

Il comandante del Barbarigo era stato presente alla battaglia; egli aveva veduto il Re d’Italia sommergersi con tutte le sue bandiere inalberate […] vedevamo Faa di Bruno sul suo palco di comando uccidersi con un colpo di pistola e il cannoniere Pollio, mentre il naviglio colava a fondo, dar fuoco a un cannone ancora innescato, gridando : – Ancor questo! -…[…] noi, pur vegliando, sognavamo. Non so qual sogno eroico e grande si levava dal mare nella notte; non so qual visione di nuove battaglie e di nuovi prodigi sorgeva a illuminare l’infinita ombra per ove navigavano le navi pacifiche in sicurezza. Certo, sopra il nostro capo quella notte ondeggiò il Segno del Poeta, “lo spirtale Segno intessuto per tutte le Nazioni, simbolo dell’Uomo innalzato sopra la morte.”

Cinque anni dopo, nel , fecero eco a questi primi esperimenti le composizioni poetiche che diedero corpo alla raccolta intitolata Odi navali, dove l’enfasi declamatoria di una sperimentale oratoria e mimesi gestuale, che incanta e sostituisce “le parole alle cose”, fu adattata agli inni celebrativi della flotta navale italiana, nuova arma “guizzante […] come un’arme nuda”e quasi oggetto votivo di un nuovo attivismo unificatore delle realtà latine sparse nel mondo, ed in particolare all’agonia ed alla morte dell’Ammiraglio di Saint Bon, “santo” civile e “purissimo eroe” del mare, “profeta” della “guerra futura”, mutato in oracolo nazionale dall’esperienza intima ed eroica della morte in battaglia, e sacralizzato, nel rapporto con il popolo bisognoso di guida, dalla preghiera che ad egli si elevava. Fortemente caratterizzato da tratti liturgico-sacramentali, il linguaggio di d’Annunzio si indirizzava nella direzione dell’esaltazione non solo del capo-eroe come guida ed ispiratore delle masse a lui sottoposte, ma anche all’esortazione antidemocratica delle realtà giovanili marinaresche, “giustissimo orgoglio del sangue”, facendo leva maliziosamente su uno scontato contrasto generazionale votato all’insurrezione di tutte quelle forze sensualmente ed istintualmente giovanili in voluta contrapposizione anagrafica e simbolica con le autorità vecchie dell’Italia legale, accingendosi quindi a proporre una precisa ideologia politica, rispetto alla quale si arrogava esplicitamente “il ruolo ufficiale di mediatore letterario”. Contadini intenti all’“opera sacra del pane”(e quindi di un legame con una tradizione), operai, pastori, marinai, tutti divenivano eroi in potenza, ed espandevano il potere che in loro era racchiuso, come dei “belli Achei”, solo grazie al contatto purificante del profeta-eroe e della grandiosa idea della costruzione, in chiave epica, della gloria nazionale tramite l’estrapolazione, dalla potenza della tradizione, dell’essenza storica della battaglia, in un connubio tra recupero di abitudini ancestrali e visioni escatologiche di forza tecnologica; il canto veniva perciò proferito verso l’uomo della gleba “gagliardo a la vanga e al bidente” e nutrito nell’antica fede della “nostra gente, da le mani venerande”, che sparsero sulla terra arata la semenza ed innalzarono l’Ostia consacrata al Dio dei padri, in virtù del dono della sua benedizione su quelle “navi-nazione”. Le moltitudini acquistano, in questo poema generale neo-illiadeo, tratti in nuce di una passione nazionale ascendente di libertà non soddisfatta, e nel passaggio da lavoratori a soldati si inquadrano da spaesati testimoni, dotati di una forza neo-agreste e terrena, in una formazione ordinata ed appassionata al “ben morire” e sottoposta alla vagliatura ideale della figura ostesa dell’eroe; con essa e per essa, la battaglia si tinge di idealità accomunanti dove prima vi era solo divisione, e nella logica di una estetizzazione funebre del momento eroico, il culto del sangue latino, importantissimo per il periodo bellico dannunziano, si palesa in immagini di una vivissima cultualizzazione “battesimale”, divenendo punto fondamentale di una futura sacramentalità della vittoria nei morti, nei feriti e nei segni su di essi resi sacri dalla contingenza eroica che li ha prodotti:

[…] Ed ecco, verso la Porta, incontro
a lei la fila delle barelle atroce,
con i feriti, con i morenti in mostra!
Ed i feriti ed i morenti, incontro
ai giovinetti floridi, del dolore
fecero un riso non umano. E coloro
che non avean più pel riso la bocca
ma cave piaghe, gittarono dagli occhi
il lor baleno; e taluno gittò
le bende intrise discoprendo la coscia
tronca od il ventre lacerato e gridò:
– Resti con voi questo segno!- Ed un monco
scosse ridendo il moncherino come
un aspersorio di sangue e battezzò
gli imberbi. E tutti ridevano di gioia
come fanciulli, poiché la morte ai loro
terribili atti mesceva un che di dolce, […].

La raccolta Canto Novo, defraudata in parte dall’originale prevalenza al più giovanile atteggiamento coloristico, cromatico, e ferino, venne rimaneggiata favorendo una tendenza alla nobilitazione classicheggiante nel tentativo di mutare il tema e le immagini, caratterizzati dall’originale pulsione incontrollata alla sensualità, nella trasmutazione e consustanzialità della natura umana e di quella animale, in manifestazione simbolica di un atteggiamento vitalistico ed agonistico nel trionfo della “gioia istintuale” di vita, derivata dall’“auspicio delle nuove forze, generate dalla giovinezza italica”, e dalla mutazione della parola in azione estetizzante controllata da simmetrie e metriche certe. Vennero quindi eliminati, in virtù di un intendimento patriottico ed estetico come “unico principio di salvazione” votato alla bellezza opportuna, quei componimenti dove era possibile riscontrare alcuni bagliori di interesse umanitario, di crisi creativa, o di semplice giovanilismo ed infantilismo non più utile, ed anzi per certi versi dannoso, sostituendoli con nuovi passaggi inneggianti alla sicurezza della propria coscienza ed a un patriottismo esaltante la forza e la determinazione:

Thàlatta! thàlatta! Volino, balzino
su su dal giovine core, zampillino
i tuoi brevi pirrichi,
o divino Asclepiade!

O mare, o gloria, forza d’Italia,
alfin da’ liberi tuoi flutti a l’aure
come un acciar temprata
la Giovinezza sfolgori!
Da confrontare con:
Thàlatta! Thàlatta! Volino, balzino
su su da’l giovine core, zampillino
i tuoi brevi pirrichi,
o divino Asclepiade!

O mare, o gloria, forza d’Ausonide,
alfin da’ liberi tuoi flutti a l’aure
come un acciar temprata
la giovinezza sfolgori!

Così come è molto interessante questa celebrazione femminilizzata e superomistica della sperata Vittoria, letteralmente da conquistare, al cui assedio tutta la natura partecipa da spettatrice a sua volta vinta dall’agonismo vittorioso del poeta “che ordina il mondo”:

Pur io la giungo alfine; le mani entro i fulvi capelli
pongole. – Vittoria! – Ella si torce invano.

Come una forte fiamma sonora che tutto m’avvolga
sento io su’ miei sensi la sua bellezza intera.

Vibra come fiamma terribile mentre io la piego:
sembrami che s’accenda l’erba dov’ella cade.

Meravigliosa lotta. Plaudite plaudite plaudite,
come un popolo al circo, piante, colline, mare!

Indubbiamente, la disposizione sentimentale del d’Annunzio era inequivocabilmente variata, pur anche nei confronti della propria opera e della sua esperienza più giovanile, verso le quali dimostrò di non aver scrupoli nella manipolazione e nella sistematica soppressione di parte di ciò che d’autobiografico poteva contenere, optando principalmente ad una trasfigurazione “in favola mitica di immersione panica e di trasognamento” e “misteriosa spiritualizzazione della materia”. E questo percorso poetico-politico si ammantava di una chiara ispirazione al rinnovamento sulla base dell’iniziazione del mito greco di potenza, estivo, e di quello pervaso dalle bellezze di una scenografia toscaneggiante e mediterranea votata alla glorificazione di importanti personaggi del passato toscano, di eroi, come Cino da Pistoia o Poliziano, e che si distaccava ormai dai giovanili emblemi di una fusione panica con la Natura manifestando già, attraverso la meravigliata bellezza ideale delle città narrate, ben diverse dalla “città terribile” di Maia ma immagine precorritrice della mutazione post-parusistica di quest’ultima, una necessaria estensione al tutto nazionale in concomitanza con la presa di coscienza, da parte delle moltitudini, “oppresso […] popol de’ vivi che s’addorme”, della necessità della lotta e dell’acquisto di quella Vittoria, fine ultimo della Guerra, non prettamente per scopi militari ma, prima di tutto, estetico-politici, invitando ad opporre all’attitudine alla “terra” la tendenza a puntare in alto tramite l’ausilio della Speranza, mezzo inculcante negli animi la spinta al sacrificio incondizionato e consensuale di sé e, parallelamente, alla sacralizzazione del proprio agire, sia che esso sia di mutilazione o di morte, sia che esso appaia quale eroismo sovrumano:
Chiara e silente l’acqua de l’Affrico
tra l’erba nova scorrea: le vetrici
sottili su gli argini verdi
senza un sussurro tremule, in fila;
[…] E noi passammo per man tenendoci
su l’erba nova, lungh’essi gli argini
solinghi; il bel colle salimmo,
e c’indugiammo nei noti luoghi.
Oh dolce sosta là tra i cinerei
olivi! Un vento spirava tepido,
ma lungi apparivan nevate
le prime vette del Casentino.

La città bella in sua mirabile
conca splendeva come in un calice
profondo una gemma; e a’ nostri occhi
la sua bellezza parve un segreto

quando da l’ombra come da un talamo
la rimirammo inconsapevoli
(…)
Allor su l’alta mia prua ne’ vesperi
splenderà ella simile a un’aurea
Speranza, e le rosse mie vele
saran gonfie di gioia sul mare.
Allor con ala più salda e libera
le strofe, erotte su’ da precordii,
allor co’ gabbiani selvaggi
voleranno pe’l mare pe’l mare.

Una serie di nuovi concetti, quindi, iniziano ad intravedersi nella poetica di Gabriele d’Annunzio: Speranza, Vittoria, Guerra, Eroismo, nonché una nuova concezione di collocazione del proprio operato all’interno di dinamiche sociali, gravate dall’onnipresente e discriminante vagliatura dell’artificiosità, la quale principia nella partizione attenta tra ciò che può essere sfruttato ai fini politici, e ciò che contrariamente necessita o di una decisa soppressione, o di una trasformazione radicale in elementi malleabili. Azione, questa, che diede grossi e succulenti frutti nei tre primi volumi delle Laudi del mare, del cielo, della terra e degli eroi, rispettivamente Maia, Elettra ed Alcyone, rivelazione estetizzante di quel progetto ciclico ed unitario di canzone politico-epica prima di tutto imperniata sull’esperienza diretta individuale, elevata a modello intrascurabile, del poeta stesso alle prese con i problemi privati e vitali di una rinascita culturale e coscienziosa nel rapporto con la modernità e la derivazione ideologica propria dei trascorsi nazionali greci, latini e comunali, la cui progettualità si caratterizzava, fin dal principio, dall’intenzione profetica e declamatoria delle regole di “sopravvivenza latina”; infatti: “essendo stato iniziato a quella verità ideale, di cui in Maia cantava la ricerca mentale, d’Annunzio poteva sentirsi l’unico autorizzato ad essere vate, celebrando gli eroi e le memorie, o lirico puro, celebrando se stesso e la propria superiore umanità”. Quale può essere l’ispirazione, dunque, del poeta che si eleva a cantore delle istanze epiche di un popolo, di una stirpe o di una razza se non l’intuizione profonda e partecipe del genius loci proprio di quel popolo, di quella stirpe e di quella razza, apportandone cambiamenti dovuti al vaglio selezionatore e trasfiguratore della visione poetica e partitica? Nella sua poesia, tutto il passato si paleserà quale sostenitore del presente, eventualmente da variare, e del futuro da costruire, intimandolo profeticamente nell’animo stesso delle genti da lui soggettivate nel canto come materia di manipolazione del mondo e come stimolo costante nel territorio delle intuizioni sociali, operando nel contempo una manovra politica di inculturazione stilistica ponendo al lato delle nozioni fideistiche, già depositate quali patrimonio della popolazione stessa, altre nozioni ed intuizioni nate da una speculazione, genericamente misterica, occulta ed aliena dalla rigorosità filosofica, in grado di trascinare e guidare la concezione tradizionale in rapporti sempre più radicali nei confronti del mondo idealmente da mutare. Testimone delle “gesta eroiche” per antonomasia, partecipando alla presa di posizione del popolo, violenta o pacifica che fosse, nella decisione di porsi quale soggetto attivo nella creazione del proprio futuro, intraprende un cammino di duplice eroismo conferendo alla sua azione, da una parte, un’eroicità di natura tangibile nell’atto fisico del fondersi in un tutt’uno agente con in “suo” popolo (ricordiamo Byron in terra greca), nella lotta o nelle vicissitudini politiche, e dall’altra parte, trasfigurando e rendendo emblema, con l’ausilio della sua arte, quel tutt’uno, da una manifestazione prettamente passionale e muscolare, in atto epico per eccellenza, e quindi sposato ad un’escatologia politica e spirituale, la cui immagine e la cui estetica si frappongono a differenziare l’apparenza quotidiana delle moltitudini dalla potenza demiurgica del popolo in azione; la guerra, e l’arte nel suo agonismo, viste quindi reciprocamente nutrienti in una dimensione esperienziale di assoluta ferinità e ferocia. Immancabile, sarà però quella d’esilio l’unica terra “eletta” per percorrere le vie della vocazione di poeta epico moderno, come Joyce e lo stesso d’Annunzio scopriranno, e come Oscar Wilde sperimenterà con il carcere, poiché la lotta intrapresa contro una certa concezione limitante della realtà borghese e, nel caso dannunziano, giolittiana e nittiana, e contro gli idoli di un mondo che deve cambiare, si manifesterà sterile travaglio interiore contro spessi muri di potenza economica ed istituzionale.
Legata strettamente ad una visione superumana del mondo e del rapporto con il popolo, la saga privata ed emblematica del poeta si snoda nei frangenti più vari di un “poema totale” dove, in antagonismo sostanziale con il messaggio cristiano votato alla rinuncia di sé ed al sacrificio martiriologico, la riscoperta allegorica di un mitico panismo, pagano a tutto tondo e ricolmo di hybris, si pone quale invito non rifiutabile di concezione agonistica e solare del vivere o, per meglio dire, del “navigare” per le acque di una purificazione nell’eroismo ulissìaco; se per Claudio Cantelmo, la fatale ricerca si era interrotta tra le acuminate pietre fisiche e morali della campagna animata dalle ultime vestigia di una nobiltà decaduta, d’Annunzio, nel tentativo di discostarsi dal trascorso paralizzante dell’attività superomistica femminea, si rende in prima persona protagonista della nuova peregrinazione in terra ellenica (Maia) al fine ultimo di ottenere la visione “ansiosa” di quel “miracolo laico” e liberatorio, non più solo nella piena commistione con la Natura, di alcionica memoria, ma soprattutto nella speranzosa introduzione ai misteri segreti ed allegorici di una purezza primigenia completamente vivificata ed energizzata dal contatto singolarmente soggettivante dello slancio vitale. La purificazione dell’inconscio da ogni residuo dannoso di crisi e paralisi non sopraggiungeva quindi durante il percorso ed il contatto con la “bestia inferma”, la Grecia contemporanea e cristiana, ma bensì immergendosi nella contemplazione tattile e spirituale del mito ellenico e dei luoghi geografici e fisici, come Olimpia, Delfi e Delo, dove la storia greca “aurea”, “patria di tutti”, si è resa quotidiana, generando, attraverso l’unicità ottenuta in relazione al resto del mondo, ed al di là della liberazione dai vincoli sia fisiologici e sia morali, quella materializzazione di un nuovo “mito centrale, motore eterno dell’universo”, che sotto il nome di “energia” diverrà al più presto addirittura una semi-divinità da idolatrare e da rendere cardine dei nuovi assetti politici ed istituzionali auspicati, nobilitando il presente nel rapporto diretto con i miti di un passato autorevole, e valorizzando, nel mito, “solo quegli aspetti che risultassero […] confacenti a una esorcizzazione o a una trasfigurazione della modernità”. Ma per adesso d’Annunzio si pone ancora ad una certa distanza dalle elucubrazioni prettamente costituzionali, che vedranno nella Carta del Carnaro la manifestazione più politicamente interessante sotto il profilo “energetico-comunale”.
Quando il poeta parla di Roma, egli intende presentare una visione idealizzata dell’Italia tutta, “dice Italia” appunto, come riferisce Gioacchino Volpe; ed in un discorso del , in occasione della commemorazione di Giosuè Carducci, egli ebbe a dire di Lei e del suo popolo: “Eccola. Ella giace quasi centro di tutte le contrade ove fioriscono e fioriscono le civiltà più illustri. Quasi anello, congiunge l’Occidente all’Oriente per quel Mediterraneo mare nostro […]. Stirpi diverse, delicate e rudi, agili e vigorose, vi si congiungono e vi si fecondano. Potentissimi istituti universali in lei si formano e di lei vissero e vivono. Il dominio morale sembra il suo destino. I più tristi errori potranno opprimere ma non distruggere il suo genio. Tale, o cittadini, è la sua immagine. […] Ella è l’artefice chiara delle stirpi confuse. […] ed agli uomini – che si sviluppano freneticamente lottando ed avanzando in tutte le direzioni e provando tutte le forze in tutti i rischi e foggiando strumenti sempre più complessi per convergere tutti gli spiriti della Natura nell’umano spirito – ella ancora una volta le offrirà come esemplari ai quali dovranno confrontarsi, come segni ai quali dovranno mirare di continuo nella violenza della guerra e nel giubilo della vittoria.”
Prelevando, quindi, modelli suggestionanti di forza e dominazione da mitici scenari incarnati nelle mitologie tradizionali, e portandoli al mondo fisico attraverso l’operazione di orgiastica inculturazione direttamente partecipante, e successiva comunicazione fideisticamente oracolare, la struttura politica che inevitabilmente poteva palesarsi dal prodotto di tale associazione d’intenti e di scoperte risiedeva nella figura predominante dell’“Aristocrate-eletto” caratterizzato dalla commistione di volontà, voluttà, istinto ed orgoglio e da una ricercata solitudine schifiltosa nella quale compiere i propri “laici esercizi spirituali”; solitudine che, unita alla altezza ed alla purezza, si materializzeranno chiaramente in Elettra nel paesaggio montano “amato”, di suggestione nicciana, dalle cui vette il Vate era atteso, così come nel modello superumano del poeta Dante trasfigurato addirittura in “nazione” chiamata al risveglio, “Eroe primo di nostro sangue / rinnovellante e risvegliatore […] Purificatore […] Intercessore / per la vita e per la morte”, oppure del Buonarroti come scultore dei tesori intimi della Patria. Violento e sanguinario portatore di quella guerra, nella cui orgia di strage del “cumulato escremento” il sangue doveva (vedi La Bestia elettiva) fecondare i prodotti di un più nobile futuro, l’eletto non poteva sottrarsi non solo alla logica deprecazione della mobilitazione delle masse per fini diversi dall’affermazione di quell’ordine “dei migliori” di cui si rendeva cardine, ma anche dalla esaltazione della modernità, rispetto al passato e grazie ad un senso particolareggiante di “grecità dell’anima”, quale momento potenzialmente energetico e parusistico per eccellenza, sul piano collettivo, del mito rinnovato di “Energia”, decima Musa-èidolon del genio moderno; la guerra era quindi la lotta per la differenza, la battaglia per la sopraffazione violenta del vincitore sul vinto, il cui campo di scontro viene concepito come luogo di manifestazione della legge eterna di prevaricazione dell’uomo più potente sulla sua stessa specie, e capace di “godere di stragi” e “infliggere sofferenze”, non però in senso puramente cinico, ma profondamente turbato nella perdita irreparabile dell’amore più alto, il diritto alla dominazione “eternante” in una dimensione di mimetico e nostalgico manierismo come regola dell’agire: così come Achille, che infierì sul corpo di Ettore per il perduto amore di Patroclo, come afferma Bàrberi Squarotti, ma soprattutto per immortalare, nell’azione esemplare, la sua dignità d’un eroismo che travalichi i secoli e le distruzioni. Avveniva quindi un meccanismo di recupero del presente e del tempo moderno, e di conseguenza della loro popolazione, in virtù della gigantesca carica produttiva ed ingegneristica, che ne faceva simbolo di una opulenta dinamicità attraverso l’influenza manipolatrice della stessa: le fabbriche, le macchine, il lavoro tramutato in prodotto, il linguaggio della cinematografia come “strumento efficacissimo di elevazione del gusto e del pensiero, di rafforzamento estetico”. Miti nuovi, quindi, nei quali le “favole antiche” di Alcyone potevano continuare a vivere nella civiltà industriale di massa. Tutto ciò, evitando di perdere in discorsi prettamente economici il valore estetico della presenza delle nove Muse radunate nella decima, e superate da Essa nell’atto d’ispirazione, portava speranzosamente alla completa liberazione dell’uomo dalla fatica della mera attività manuale servile dopo il trascinamento della forza collettiva della “folla-urlante”, guidata da Atena come nemica del “cieco” tumulto, ed indirizzata nel moto di piazza dall’ispirazione estetizzante di una rimanipolazione ideale del mondo politico e produttivo, verso la sovversione della democrazia e delle vecchie logiche istituzionali, estendendo a tutta la polis mondiale, votata all’energia, un senso di “immenso desiderio di festa”:
Le fauci belluine
della Folla s’erano aperte
dismisuratamente
per divorar la possa
della Città trionfale,
della tirannica madre
con tutte le sue opulenze
ed abominazioni.
[…] io udiva gli ululi e i lagni
orribili della gran doglia
nella Città millenaria.
[…] – Ah quanto ti torci,
misera, […] Ma dato non t’è partorire
se non l’aborto cionco e monco (democrazia),
l’acèfalo mostro che ha il tronco
di ciuco e la coda di verro.
[…] Le turbe assalivano i forni
con l’avidità della fame.
Abbattevan le porte,
abbrancavano il pane
[…] E subitamente un gaio
fervore invase le turbe.
E gli uomini forti, i fanciulli,
le madri, le vergini, i vecchi,
tutti ridean con umidi occhi;
[…] E parsemi, sopra la folla
sazia di pane recente
carica di pura farina,
intraveder la divina
benignità sorridente
della Dea che è cittadina
per la sua corona murale.

“L’arte ha visitato il mondo moderno, quello dell’industria: le città di folle schiave del lavoro, le macchine, il dominio industriale sulla natura; e ne è uscita sconvolta e distrutta, ferita e come straniata di sé, fino a rendersi conto della propria morte di fronte alla condizione nuova di un mondo di lucro […] nel quale l’unico canto è quello ‘feroce’ delle moltitudini affamate, in rivolta […]”, testimoniando inoltre la celebrazione del potere dell’uomo, attraverso la macchina, sulle forze della natura, e la generazione del Valore supremo che risiede, al di là dell’arte e della bellezza e diversamente connaturato con esse, nella liberazione degli individui dal lavoro manuale e dalla fatica. Sia la bellezza, sia l’arte tradizionale, immolandosi, dopo la sconfitta, nel rogo (simbolo dell’industria) preparato dalla modernità per l’olocausto rigenerante delle Muse incarnanti i valori di tutto il patrimonio conoscitivo del passato, rinascono a nuova esistenza trasmutate nelle sembianze accomunanti, anti-dolorifiche ed anti-schiavistiche della decima Musa “Euplete Euretria Energia”, la musa della produzione industriale, in virtù del nuovo fine ultimo della speculazione politica ed estetica: l’affrancamento dell’uomo dal lavoro, immagine-“ornamento ozioso” del mondo “liberale”, concesso a lui dall’avvento mitico e pratico, pienamente inserito in un contesto borghese ma purificato dal mero senso del lucro, della macchina. In questo rapporto di trascinatori e trascinati, di padroni e servitori in una causa aristocratica dell’esistenza, si palesa, comunque, l’immagine del classico legame tra patrizi e plebei, i primi assuefatti dal mito della dominazione inconsensuale e dall’occupazione del momento insuperabile della contemplazione e della speculazione, i secondi guidati nell’uso della forza bruta, di inattesa bellezza, in previsione d’una illusoria liberazione dalla fatica, per la maggior comodità nella realizzazione delle aspettative dei pochi dominatori; la dissoluzione di tale gerarchia si presentava per d’Annunzio quale frutto del passaggio da un’economia e da una cosmogonia prettamente nobiliare ed autoritaria ad una più illusoriamente accondiscendente dominazione delle classi borghesi.
Asservendo e spronando quindi le forze umane ai fini superomistici dell’aggressività vitalistica, della lotta all’ordine democratico e verso il miraggio della formazione imperialistica, d’Annunzio prospettava la certezza della necessaria conversione di ogni fine produttivo ed economico, nonché politico, alla produzione bellica, soprattutto marina (vedi La Nave), indicando, nel gesto di sacrificio industrialmente collettivo dello sforzo creatore dell’acciaio, il fulmine olimpico sopprimente “l’aborto cionco e monco della democrazia” ed il riscatto della folla stessa (come Icaro nel volo, in Alcyone), dalla sua natura innobilitabile, attraverso la scelta di valori altri rispetto alla fugacità di quelli terrestri e mettendosi al servizio dell’eroe, “che l’avrebbe saputa ‘ferrare’ e legare alla mistica collettiva del ‘destino delle stirpi’”. E nella celebrazione della stirpe latina non poteva assentarsi la rievocazione sia delle imprese degli eroi come il “divino” e “sorridente” Garibaldi, o il “grifagno” Nino Bixio, detentori dell’arte e del pensiero, dell’azione e della guerra, ai quali era possibile innalzare addirittura preghiere e scongiuri, sia delle città d’un’Italia-museo presentate come luoghi di presagio metafisico, di immobile bellezza e potenza, “immagine del genio come forza aurorale della natura e della stirpe”, dove la rovina si manifestava quale “mitizzazione delle possibilità della parola e dell’arte, nella presunzione di farne veicoli privilegiati dell’epifania del riscatto” attraverso la loro antica attitudine alla conciliazione tra energia (politica e militare) e bellezza, divenendo così luoghi d’attesa più sensibile alla venuta del “genio nuovo”. E proprio nella figura di Garibaldi, “artiere d’ogni arte” e controaltare laico del Cristo, si rispecchierà la duplice attività di seminatore e di buon pastore, l’uno della semenza di una nuova coscienza dei popoli latini, e l’altro del gregge di uomini e soldati indirizzati e guidati alla costruzione di un’adeguata realtà epico-istituzionale degna di quella coscienza rinnovata. Invocando i nomi delle città d’Italia egli chiama a rapporto l’Italia intera, la sua forza di rinascita alla dominazione.