Estetizzazione della guerra

Quando si ha l’intenzione di avviare una ricerca ed un discorso in ordine al pensiero ed all’attività politica di Gabriele d’Annunzio, si nota fin dall’inizio la presenza di una costante connivenza tra l’oggetto della politica per definizione, l’etica della polis, e la ricerca esteticista dell’elemento che ne muta e ne rende le peculiarità, da semplici constatazioni sociologiche, economiche o storiche, in manifestazioni d’un ideale civile votato alla bellezza; idea, questa, che l’affermazione dannunziana di Claudio Cantelmo, ne Le vergini delle rocce, ci trasmette : “Lo Stato non deve essere se non un istituto perfettamente atto a favorire la graduale elevazione d’una classe privilegiata verso un’ideal forma di esistenza”1. Ma procediamo con ordine.

I due elementi presentati, l’etica della polis e la ricerca esteticista, hanno assunto, durante l’evoluzione della poetica dannunziana, forme e sfaccettature molto differenti, a seconda delle influenze operate sul poeta da parte dell’opera di quegli autori come Nietzsche, Carlyle, Pater, Barrès, alla base delle sue elaborazioni relative al mondo ed alla natura delle società; riconosciamo, quindi, nella produzione dannunziana, un percorso evolutivo, da un fase di giovanile esaltazione sensuale, impulsiva, panistica, ad una più sapiente ed adulta formulazione di una memoria di sé e del “monumento civile” che in sé si era venuto ad edificare, grazie alle battaglie esteriori ed interiori sostenute, passando attraverso quella fase di “visionarismo” ed idealismo politico-estetizzante proprio del periodo per eccellenza superumano. Dove le forze del passato e del futuro vennero idealmente, ed anche seppur per poco, praticamente, a confluire in quella reazione alle “barbarie” straniere (come le definiva il poeta) ed a quelle compagini popolari che, acquistando il diritto al potere amministrativo e decisionale del bene pubblico, offendevano la Bellezza mutilandone i tratti e confondendone la natura tra le nuove vestigia urbane e sociali, la celebrazione di un rinnovatore delle coscienze, più che da altre parti, come vedremo infiammò la retorica dannunziana.

Affermiamo quindi che l’opera di Gabriele d’Annunzio è, per sua natura, politica (ma non solo), e cioè motivata da un forte sentimento di rinascita e rinnovamento sociale, nonché da una speranza di restaurazione d’un ordine nuovo basato sull’esaltazione e sulla meraviglia di alcune forme di organizzazione politica passate, ma caratterizzato dal senso di nuovi traguardi attraverso l’azione di una classe privilegiata di superuomini culturalmente “liberali”, liberi da tutti i vizi e da tutte le miserie umane. Comprendiamo così il perché, durante la lettura dell’opera di d’Annunzio, i riferimenti alle realtà sociali più misere e semplici (ma, come vedremo in seguito, anche agli strati più abbienti della società) appaiono incontestabilmente resi attraverso la scelta ideale del “brutto” come elemento estetico, e dell’“inumano” come elemento sociale-antropologico, utilizzati al fine della rappresentazione d’una inopportunità civile e spirituale; oppure ci rendiamo conto del fatto che i superuomini non sono altro che realtà estetiche, esseri umani alla ricerca di tutto ciò che è in grado di elevarli ed affinarli alla comprensione di quel che è inviolabile e sovrano, come la Bellezza ideale, irraggiungibile all’uomo che non si pone sulla via dell’elevazione attraverso le Muse (o, per meglio dire, la Musa), ma che si perde tra gli inganni dell’amore carnale e della sua fin troppo palese umanità.

Trattare del connubio dannunziano tra politica ed estetismo, e cioè tra vita e bellezza, apre la strada a quel concetto di “superuomo” che per sua natura riassume in sé tutte le valenze, i problemi ed i fini che ne derivano. Domandarci che cosa effettivamente tale modello rappresenta all’interno del panorama estetico-sociale dannunziano, equivale a chiedersi quale sia il fine della poetica stessa di Gabriele d’Annunzio, nonché ciò che l’autore stesso desiderava per sé.
Saranno quindi i rapporti tra precursore del superuomo e idea-immagine del popolo, così come tra superuomo e “mito della Nazione”, i momenti di partenza e di arrivo in chiave estetizzante, gli oggetti del nostro studio e interesse, punto più alto della speculazione esteticista dannunziana. Il superuomo quindi ci appare null’altro che il risultato, la confluenza prettamente estetico-sociale di ogni consapevolezza derivante dall’assorbimento e dall’elaborazione di tutte quelle tendenze letterarie, epiche, tradizionali e moderniste con le quali l’autore ebbe a che fare, divenendo così colui che, attraverso la sua epifanìa, riporterà quell’ordine necessario, rispondendo alla distruzione sia con una Distruzione più ampia, sia con una Restaurazione aristocratica.
Risulta però chiaro, dallo studio dell’opera, come la venuta di questo rinnovatore dei pensieri, degli usi e dei costumi, sia auspicata solo nella teoria di coloro che di volta in volta, nei romanzi e nelle raccolte poetiche, si pongono nei confronti del mondo e degli altri uomini nelle fattezze di profeti di un futuro, all’insegna dell’Energèia, Musa dalle fattezze antiche e moderne al tempo stesso, portatrice di quel nuovo messaggio civile vibrante nella fiamma che arde nel santuario civico, supporto fisico per l’essenza della decima Corporazione; in effetti, in nessuna delle opere dannunziane è riscontrabile fisicamente l’incarnazione del superuomo, giunto per coniugare le forze migliori del passato con le grandi aspirazioni di ciò che ancora dovrà essere, mentre i suoi precursori, un po’viziati dalle bramosie che le carni impongono, e un po’ ossessionati e frustrati dall’incapacità e dal limite umano nel raggiungimento dell’agognato superamento di sé (sovraumanità), si mostrano deambulanti tra sconfinate speculazioni epico-politiche ed esaltazioni estetiche, consci del traguardo da raggiungere, ma ancora più consapevoli della sua irraggiungibilità per cause sia interiori, sia esteriori.
Tra le cause interiori già abbiamo estrapolato alcuni importanti esempi, come la difficoltà umana ad elevarsi al di sopra delle bassezze sensuali ed istintuali (esaltate però dallo stesso d’Annunzio all’epoca delle prime raccolte), che relegano in sé costantemente nella condizione di un’eterna auto-schiavitù, e non di ciò che si dovrebbe perseguire e conseguire; la causa esteriore per eccellenza, invece, assume i contorni fascinosi ed avvolgenti dell’oggetto più alto del desiderio, in cui tutte le forze della terra, tutte le forze contrarie alla “direzione del cielo” del superuomo, si rendono invincibili, acquietando ogni spirito ribelle alle tendenze del torpore che tutto livella e rende mediocre. Questa causa è la donna, o per meglio dire la “superfemmina”, portatrice di gloria ma anche di inconciliabili difetti, non sempre presente in forma umana ma visibile anche nei travagli di una impossibile riconciliazione con la stirpe d’origine alle volte mostruosa, alle volte troppo impegnativa; secondo membro della coppia primigena da cui ogni cosa trae la propria genesi, è lei per la quale si vive e si muore, è lei che impedisce le libere iniziative dell’uomo in ricerca e le piega sotterraneamente al suo volere di essenza eternamente terrena, ed eternamente presente.
E così nasce il mondo futuro possibile, ma mai realizzato, dall’incontro-scontro e dall’amore-odio tra costei e colui che si trascina faticosamente verso la propria mutazione, mai compiuta, nell’“oltreuomo” che dovrà farsi portatore di una Bellezza nuova, speranzoso ma spesso inconsapevole del pericolo che lo avvolge e che si cela fra le spire della donna che lo accarezza con fare sia di madre (simbolo della regressione alla chiusura nel mondo della famiglia), sia d’amante (oggetto oscuro del desiderio e della perversione). In questi termini, il lavoro qui presentato si dipanerà secondo una logica temporale articolata sulla produzione letteraria, ricercando il rapporto tra visione estetizzante del mondo ed il risvolto sociale e politico nella sua manifestazione più generale, non dimenticando di affrontare anche quei momenti di particolare crisi ed esaltazione rappresentati dalla guerra e dal coinvolgimento di una più grande Italia nel conflitto, prima di tutto, con sé stessa ed i suoi nemici.