Appendice

APPENDICE A

GIBELLINI P., “Terra vergine” e il verismo dannunziano, in GIBELLINI P., Logos e mythos – studi su Gabriele D’Annunzio, Olschki editore, Firenze MCMLXXXV, pp. 176-177:

Nella nuova ottica, cui s’informa l’esperienza delle novelle che, snodandosi attraverso il Libro delle vergini, il San Pantaleone, Gli idolatri e I violenti, troverà una finale sistemazione nella silloge delle Novelle della Pescara, l’analogia uomo/animale non può che connotarsi come spregiativa, crudelmente sensista; serve a segnare senza equivoci la distanza tra l’autore e il mondo che ritrae. Si scorra lo schedario delle metafore animali della Pescara. Ecco occhi di coniglio, torbidi come di giumento morente (un tòpos), visi e gesti scimmieschi, facce rosso-venate come milze di bue (altro tòpos); si ansa come giumenti in agonia, ci si aduna tremebondi come greggi, ci si trascina come locuste, si hanno colli di testuggine. L’oltranza espressionistica (in senso pittorico, non del pastiche) forza le metafore con superfetazioni d’immagini: il bulbo oculare pare il sacco ovale di un polpo, ma prossimo a putrefarsi; il collo è rugoso come una testuggine, sì, ma cotta nell’acqua. Ricorrendo all’immagine dei tre livelli biologico-spirituali che nel pensiero aristotelico costruiscono l’uomo (il vegetale, l’animale, lo specificamente umano), si direbbe che la metafora delle Novelle della Pescara punti a una degradazione noetica, a una regressione verso i livelli inferiori. Siffatta degradazione moltiplica l’animalità (il collo del cammello vivo pare un favoloso serpente peloso, morto è un tronco di serpe; ci sono mostri che paion nati dall’incrocio di un uomo e d’una scrofa, o da un connubio umano e caprino) o regredisce nel vegetale: l’uomo, come lo scimmiotto, afferra il piede contorto come una radice, con lo stesso gesto, espresso con le stesse parole […]; ci sono facce giallognole come un limone, bocche pendule come un fico… La distanza della vegetazione di Terra vergine è immensa: lussureggiante, là, e figura d’amore in metafora (occhi di pervinca, occhi di viola che innamorano, e Mila cresce come un virgulto…), ovvero in metonimia, se il passaggio erbaceo prepara e accompagna l’incontro amoroso. Al “naturista” […] è succeduto il naturalista, in senso propriamente letterario: in tutte le novelle l’aggettivo “naturale” e “nativo” s’accompagnano, e designano le leggi ferree di una psicologia sperimentale, lombrosiana, parimenti determinata dall’ereditarietà e dal gruppo sociale: si eredita dal padre la fronte leprina come le propensioni della psiche; naturale nei plebei sarà l’amore dello schiamazzo, nativa la superstizione. I presupposti del “documento umano” ispirano tutto il secondo momento del “verismo” dannunziano: un’attitudine positivista vi corre come densa vena.

APPENDICE B

RAIMONDI E., Dal simbolo al segno: il D’Annunzio e il simbolismo, AA.VV., D’Annunzio e la poesia di massa, Laterza, Roma-Bari 1978, pp. 158-160:

L’insistenza del D’Annunzio notturno sul potere magico della parola, sull’“alchimia” che accomuna alla mistica del mestiere l’intenzione moderna della “sorcellerie” e dell’“enchantement”, rivela soprattutto la sua volontà di restituire all’oggetto un’aura perduta, un carattere cultuale […], immergendolo di nuovo in una sacralità emblematica, in un rito continuo di iniziazione estetica che riscatti nella bellezza del ricordo il gorgo oscuro della vita, lo shock della volgarità, e abolisca il controllo della “nostra coscienza abituale” sostituendovi […]“una virtù singolare, vigilante e pronta ma pure involta di non so che sogno, di non so che bagliore fantastico […]”. Ogni “forma” diventa allora “una fede veggente”, un’“incarnazione illuminante” dello stile, una metamorfosi dell’immaginazione che si realizza nel “ritmo preciso delle similitudini”. […] Poiché l’energia creativa, la “genitura mentale”, risiede nella “sensualità rischiarata dalla divinazione”, la quale “accomuna” il veggente alle cose che guarda e lo fa “simile” alle cose che tocca, il linguaggio analogico dei segni rimanda sempre alla plasticità ricettiva del corpo, al suo bisogno di trascendersi e di moltiplicarsi in una “mescolanza” di sensazioni per poter “apprendere la materia”, che è insieme l’“idealità del mondo”, e possederla per virtù di un “presente misterioso”. […] Nel cerchio dell’eterno ritorno che è la morte di Dio, dove il superuomo incontra la violenza del nulla generatrice di forma, anche il D’Annunzio della prosa esoterica cerca nel corpo il segreto di “deificarsi” e di “trasumanarsi” attraverso un atto di “imbestiamento” in una “celerissima vicenda di incarnazioni, di animazioni, di congiunzioni, di contaminazioni, di allucinazioni”, ubbidendo a quell’“istinto carnale purificato ed esaltato dal fuoco bianco dell’intelligenza” che è il suo linguaggio, il più potente degli istinti.

APPENDICE C

– LUCINI G. P., D’Annunzio e l’Humorismo, in LUCINI G. P., D’Annunzio al vaglio dell’Humorismo, ed. Costa & Nolan, Genova 1989, p. 60:

A te, farneticamente imperii, scoperte, capolavori, maraviglie, non giunge il grido animale e sacrosanto di tutti – non l’urlo del sesso, dentro cui spesso affoghi come in un baratro di melma – sì bene il grido della solidarietà, che è il più imperativo, perché congloba tutto l’uomo, sesso, ventre e cervello. E sei rimasto, e rimani, immobile, nella muta indifferenza dell’odio e dell’amore, incapace di risentimento e di riconciliazione; dorme il tuo cuore, eremitano i tuoi nervi continuamente, sì che fai come fossero atassici ed insensibili, perché non conosci differenza tra il desiderio ed il possesso, né sai che sia aspettazione, cioè meritarti il premio. Perciò eleggesti: “Per non dormire!”- Dell’opera tua non ci hai mai scoperto la fonte cordiale; ma cercato di imparare a tutti un tuo metodo; tutti i fogli ed i fogliacci italiani sono scritti alla d’annunzio; sì che ti sopragiunse presto la parodia del grottesco. – Ma tu dici di godere di una pace imperturbata: sia: non è pregevole come quella che si guadagna dopo la sincera fatica, dopo il dolore: tu non hai mai sofferto: ma tu vorresti far credere, e con te li altri Seid, di essere un quid novi, come un Byron redivivo, l’Euforione di Carducci, ipostasi di quello del Goethe, rappreso in anima e in corpo in sull’alba della quarta Italia. Disingannati: stai ancora nel crepuscolo notturno del Rinascimento, senza averne le divine intuizioni filosofiche: Byron, di spirito irrequieto, agitatore, folgorante, ha combattuto, distrutto, rifabricato contro il vecchio universo per il suo mondo; vinse, e, nel vincere, impresse il proprio suggello nella perennità: i vinti si improntarono di lui e rivissero. Tu, vittorioso in apparenza in sui Diarii, demiurgo di chiacchiera giornalistica e vuota, vivrai perché alcun altro, che oggi ha torto, si è chinato sopra di te e si è degnato, per scrupolo di sincerità e per abbondanza di coraggio, qui, nominarti.

APPENDICE D

LEDEEN M. A., D’Annunzio a Fiume, Laterza, Roma-Bari 1975, pp. 130-131.

Bini e Zeppegno erano due aviatori che erano decollati la mattina del sei ottobre per compiere un volo di ricognizione si Fiume e su Sussak; ma a un certo punto, per un arresto del motore, si erano schiantati al suolo. Zeppegno era stato scagliato fuori dall’abitacolo ed era rimasto infilato su una sbarra di ferro; Bini era ancora vivo quando le prime persone giunsero sul luogo dell’incidente, ma morì subito dopo in ospedale. Furono i due primi uomini a morire per la causa di Fiume dal giorno in cui, circa un mese prima, D’Annunzio aveva occupato la città. La loro morte fu tipicamente “dannunziana” […]. Fu proclamato il lutto cittadino e il giorno successivo furono celebrati i funerali. Secondo i resoconti della “Vedetta d’Italia” tutti in città intervennero, in una maniera o nell’altra, alla cerimonia, partecipando al corteo funebre o recandosi al cimitero. La città era completamente ricoperta di fiori, che nelle ore precedenti la cerimonia erano stati freneticamente ricercati ovunque sino al punto che, avendo dato fondo a tutte le scorte dei fiorai, i cittadini avevano saccheggiato i giardini pubblici e privati. Fu così che il lungo (interminabile, lo definì il giornale) corteo funebre risplendeva di colori, quelli dei fiori, delle bandiere e delle uniformi. La marcia era aperta da due plotoni di tiratori scelti, seguiti dagli organi della città e da una banda musicale. Immediatamente dietro i bambini venivano i due carri funebri, completamente ricoperti da corone e bandiere. A ciascun lato dei carri vi erano i mutilati e i decorati di guerra, in atto di omaggio ai loro camerati caduti. Subito dopo le bare veniva il comandante, circondato dal suo Stato Maggiore: Rizzo, Ceccherini, Casagrande (capo dell’aviazione), Vadalà (per i carabinieri) e altri personaggi minori. Li seguivano due grandi carri carichi di fiori di ogni genere destinati a coprire e a circondare le tombe. Il corteo continuava comprendendo tutte le categorie dei cittadini, soldati e ferrovieri, vigili del fuoco e musicisti, operai e ginnasti, politici e insegnanti, e in ultimo migliaia di fiumani che desideravano solo partecipare alla vastissima dimostrazione pubblica, a quello che la “Vedetta” definì “un plebiscito di amore e pietà”. La processione si arrestò a piazza Dante, colma all’inverosimile, e qui D’Annunzio si rivolse alla folla:

Gloria alla coppia alata che ha offerto il primo olocausto di libertà all’Olocausta! […] Tenente Aldo Bini, brigadiere Giovanni Zeppegno, Italiani dell’Italia novissima […], giovine coppia alata e giurata, ordino che si distesa su la bara duplice la grande bandiera dei fanti, la bandiera su cui fu fatto e rinnovato il giuramento unanime […]. Miei piloti, ammantate i due feretri. Compiete il rito nel segno di quella croce che fa l’ombra della macchina alata con le sue doppie ali traverse […]. Popolo di Fiume, Seniori del Consiglio, questi primi nostri morti noi li consegnamo alla terra sacra, alla terra libera […]. E tenete per fermo che tutti, come questi due arsi confessori della fede, vogliamo per fede morire.

Il testo completo del discorso è riportato in : D’ANNUNZIO G., Il primo olocausto, 7 ottobre 1919, in D’ANNUNZIO G., L’urna inesausta, ed. per L’Oleandro, Roma MCMXXXI, pp. 106-110.

APPENDICE E

LEDEEN M. A., D’Annunzio a Fiume, Laterza, Roma-Bari 1975, pp. 185-187.

Quel pomeriggio stesso madame Thérèse Ruelle, una sostenitrice belga del comandante, tenne un discorso al teatro Fenice, e nel bel mezzo della sua allocuzione il poeta improvvisamente salì sul palcoscenico per parlare al pubblico. Con accenti estremamente commossi egli illustrò la situazione: la questione di Fiume era prossima alla soluzione e i legionari avrebbero tra breve lasciato la città. Erano le cinque pomeridiane e i fautori radicali di D’Annunzio cominciarono a diffondere la notizia che per decisione del Consiglio nazionale il comandante e i suoi seguaci erano costretti ad abbandonare Fiume. Tutto ciò era in perfetta armonia con il desiderio di D’Annunzio che dovesse essere il “popolo” a costringerlo a respingere il “modus vivendi”, e quando il Consiglio […] prese la decisione […] di accettare la proposta del governo, una folla adirata si raccolse sotto il balcone del palazzo. Circa cinquemila persone, in gran parte legionari e donne di Fiume, chiesero al comandante di mostrarsi […]. Paragrafo per paragrafo (del modus) egli lesse alla folla la proposta del governo, e quindi le chiese: – Lo volete voi? -. […] I suoi personali sentimenti apparvero chiari quando, poco dopo, egli spiegò sul balcone la bandiera di Randaccio e invitò gli Arditi a intonare i loro canti di guerra. Con questo nuovo gesto di sfida D’Annunzio promise alla folla di sottoporre il problema del “modus vivendi” a un plebiscito e il popolo esplose in un’altra manifestazione che durò sino a notte fonda. […] Malgrado le numerose irregolarità e le scene di violenza ai seggi elettorali, una stragrande maggioranza votò per l’accettazione del “modus vivendi”. Con il pretesto però degli atti di violenza alle urne, D’Annunzio sospese […] le operazioni di voto […]. Il giorno successivo egli annunciò che i risultati del plebiscito erano annullati e che lui in persona avrebbe preso la decisione finale, una decisione che già da quel momento era chiara a tutti. […] D’Annunzio non poteva tollerare di dover abbandonare un’impresa da lui definita “la bella tra le belle”.